C’E’ ARTE E ARTE

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A PROPOSITO DI SVOLTE AUTORITARIE

no terzo valicoMa qual è questa svolta autoritaria, quella che avviene nelle stanze riservate alle mitiche ISTITUZIONI (sostanzializzazione e quindi reificazione delle relazioni) DEMOCRATICHE o quella che vede le BOTTE DI STATO ieri in Valle Scrivia http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/04/05/terzovalico-scontri-al-cantiere-ferito-alla-testa-pensionato-notav-belve/273270/                          nel 2010 a Civitavecchia http://video.sky.it/news/cronaca/protesta_pastori_sardi_scontri_con_la_polizia_a_civitavecchia/v77652.vid      o nel 2001 a Genova http://www.youtube.com/watch?v=SRQ8KsxDLWM?

E’ quella che intende modificare la Costituzione o quella, che difendendo il CAPITALE CULTURALE, riafferma una scuola di classe con test selettivi che vedono, domani a medicina 70.000 giovani partecipare alla caccia dei 7.918 posti in un costoso percorso, costituente, tra l’altro, di quel ceto medio pronto a difendere i miti della razionalità moderna? E’ quella che si manifesta con una legge elettorale che conferma l’autopoiesi della rappresentanza o quella che, misconoscendo i rapporti di forza sottostanti, riproduce il dominio e la violenza simbolica attraverso l’imposizione di una specifica visione del mondo?

E’ quella che con la cosiddetta eliminazione delle province, prosegue un percorso di managerializzazione della pubblica amministrazione in un’ottica post fordista o quella che riconferma l’occupazione dello spazio pubblico da parte di gruppi sociali privilegiati (giuristi, politici, giornalisti, avvocati burocrati e docenti universitari) perché costituiti e costituenti del  CAPITALE POLITICO?

E’ infine quella che si inventa termini nuovi per la lotta alla disoccupazione, spacciando numeri per drammi del vissuto operaio (e non solo) o quella che prosegue nel processo di riduzione dei margini di libertà dei lavoratori, con il conseguente aumento della ricattabilità degli stessi in favore di chi controlla il CAPITALE ECONOMICO?

UN SALUTO A FREAK ANTONI

FREE-LANCE E SPIGOLATRICI DI OLIVE

Le spigolatrici - Jean- Francoise Millet

Le spigolatrici – Jean- Francoise Millet

 La spigolatrice di Sapri

di Luigi Mercantini,

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all’isola di Ponza s’è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
tutti aveano una lagrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
«Siam venuti a morir pel nostro lido».

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udirono a suonar trombe e tamburi;
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaro loro addosso più di mille.

Eran trecento, e non voller fuggire;
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano:
fin che pugnar vid’io per lor pregai;
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Carissimo Mauro,

ti ringrazio per la segnalazione; il video http://www.youtube.com/watch?v=vt84TasNLkYè veramente accattivante, sia nel suo significato derivato e sia in quello primitivo.

Pur provando, come te, fastidio per “l’andazzo…. di non voler pagare chi … svolge un lavoro….” non condivido, come avrai notato, la “situazione” che tu hai aggiunto relativamente alla periodizzazione storica in questi anni ed  agli attributi “giovane” e “intellettuale(creativo o simili)” .

Questo mio disaccordo, parziale, non è ovviamente volto a negare evidenze, ma vuole semplicemente sottolineare che:

  1. Tale andazzo, essendo connesso a relazioni capitalistiche, o per dirla marxianamente a rapporti capitalistici di produzione, riguarda un’ampia area spazio-temporale dei rapporti di lavoro. I nostri antenati, quando vendevano le olive non ricevevano una ricompensa commisurata al “valore” del lavoro in esse contenuto, ma, nelle migliori occasioni, ricavavano di che sopravvivere, per consentire ai mercanti d’olio di garantirsi profitti ogni anno. Questo non vuol dire che le situazioni siano totalmente identiche, so anch’io che oggi ci sono in giro pratiche “disoneste” volte a svalutare il contributo lavorativo, ma se ribadiamo che non  siamo di fronte a fenomeni di “italica arretratezza”, ma più semplicemente ad un sistema capitalistico sempre molto rapace, qualche passo in più, almeno nella comprensione, lo possiamo fare. Marx non aveva previsto tutto questo, ma metterlo in soffitta senza salvare quanto di buono aveva scritto, ci porta a rimanere a bocca aperta e amara.
  2. Come si vede dalla cronaca sociale di questi giorni, a fronte di una vastissima area di giovani disoccupati, sottoccupati ed inattivi, la schiera di persone più anziane che si trova nelle medesime condizioni si sta sempre più ingrossando. Tali fenomeni avvengono, soprattutto in un contesto di globalizzazione che vede legioni di “lavoratori internazionali” spostarsi di terra in terra per offrire le proprie braccia. Queste constatazioni non vogliono negare evidenze empiriche e tanto meno addivenire ad una guerra tra poveri, ma vogliono semplicemente porre l’accento sul fatto che gli steccati generazionali sono più consoni a logiche di “politica sociale” dei governi che a pratiche di lotta di classe. Come hai potuto osservare non c’è programma di partito (a modo loro, lo presentano soprattutto quelli di destra) che non si ponga l’obbiettivo di “attuare programmi d’avvio al lavoro delle giovani generazioni” e non c’è dibattito che non veda accanite discussioni sulla migliore ricetta da applicare. Andando a ritroso nel tempo, queste espressioni, a cicli periodici sono state rilanciate in tutte le campagne elettorali e non hanno fatto altro che contribuire a “celebrare” le più recenti sconfitte del movimento dei lavoratori.
  3. E’ molto difficile sostenere, oggi (qui il situare gli attori è necessario ed è da sottolineare) che il lavoratore intellettuale non riesca ad avere la giusta mercede, basta intendersi sui concetti e su come avviene questa situazione. “L’intellettuale creativo e/o no” che ha costituito il programma con cui ti scrivo e “gli intellettuali creativi e/o no” che ci forniscono strumenti con cui possiamo dialogare a distanza, affiancano gli altri “intellettuali creativi e/o no” che ci sottopongono le loro creazioni, sembra che se la passino egregiamente. Essi non solo sono profumatamente remunerati, ma costituiscono quella famosa e “fumosa” (nel senso che in buona parte se ne stanno tranquillamente nascosti a guardare i nostri osanna) classe dominante che regola gran parte delle sfere della nostra vita. Il termine free-lance (lancia libera, mercenario) è stato impiegato per definire alcune occupazioni che vedevano l’emergere di figure professionali del giornalismo, della moda, della pubblicità o dello spettacolo, senza vincoli di esclusività, ma anche con l’assenza dei diritti sindacali goduti dal resto degli addetti del settore (io sono stato un freelance per molto tempo). Con la crescente precarizzazione delle occupazioni, il numero dei free-lance è cresciuto a dismisura ed ha riguardato nuovi settori; si potrebbe dire che oggi siamo tutti un po’ free-lance se non fosse che non è vero. Sopra alla moltitudine dei free-lance nel giornalismo ci sono un bel numero di specialisti della comunicazione che sanno come farsi remunerare le loro creazioni: nel 2005 Ezio Mauro, Direttore de “La Repubblica” ha percepito un reddito lordo di 463.695 euro, Marco Travaglio 282.280 euro,  Vittorio Feltri 589.726 euro. http://temis.blog.tiscali.it/2008/05/01/ecco_quanto_guadagnano_i_vip_italiani__dalla_a_alla_z__1887983-shtml/) Ammirati ed invidiati da molti free-lance dello spettacolo vi sono indiscussi “professionisti” dello spettacolo che, raccomandando agli altri di fare la gavetta, percepiscono sontuose prebende: il sinistrorso Fabio Fazio per il periodo 2014/2017 percepirà 5,4 milioni di euro lordi, mentre la comica e moralista Luciana Littizzetto nel 2005 ha percepito 1.824.084 euro lordi e Antonella Clerici 1.205.604 euro lordi http://www.asiablog.it/2008/05/07/dichiarazione-dei-redditi-degli-italiani-online-giusto-o-sbagliato/ .

Ora come puoi ben immaginare la cosa non è semplicemente un “andazzo … legato ad un atteggiamento diffuso… pregiudizievole nei confronti dei lavoratori intellettuali (come se quelli che fanno lavori manuali conoscessero solo la fatica di contar soldi). Purtroppo la cosa è collegata all’incapacità degli attori coinvolti in queste pratiche di contestare fattivamente tale sistema di rapporti sociali (io ne so qualcosa) e la denuncia degli autori del video testimonia la debolezza rivendicativa degli stessi. A mio avviso, perciò quei giovani fanno bene a ribellarsi, con l’arma dell’ironia, se il loro intendimento è volto a smascherare i rapporti di dominio sottostanti e se il percorso intrapreso vede in prospettiva la costituzione di un forte movimento di contestazione. So benissimo, per esperienza personale, che tutto ciò è assai difficile tanto più che una buona parte di costoro vive il proprio isolamento più come il portato di una debolezza individuale e personale che come il frutto di una logica individualizzante che nasconde rapporti di potere. So benissimo, per esperienza personale, che parlare di sindacalizzazione in questi contesti si scontra con l’inadeguatezza di ricette tradizionali e con l’ambiguità di forme fortemente corporative che imperversano in quegli ambienti. So benissimo, per una probabile mia esperienza personale, che anche mia figlia si dovrà misurare con tali problematiche senza poter contare sulle mie vittorie rivoluzionarie. Ma so anche che quanto più lei ed i suoi compagni punteranno ad evidenziare specificità e meriti legati alla proprietà del sapere, tanto più facili e sicure saranno le loro sconfitte. Al contrario, quanto più in fretta realizzeranno che anche nella costituzione delle loro competenze è possibile un’azione di decostruzione di logiche di dominio (le lotte contro i baroni universitari sono miseramente naufragate sull’altare della meritocrazia) e che tali conflitti dovranno mettere in discussione la legittimità dell’arbitrio culturale che contribuisce alla riproduzione della struttura della distribuzione del capitale culturale tra le classi e, suo tramite, alla riproduzione dei rapporti di classe esistenti, tanto più facile sarà la realizzazione di una società meno iniqua e meno ingiusta nella remunerazione dei lavori.

Le chat e Gustavo Zagrebelsky

Quando un candidato alla Presidenza della Repubblica Italiana, già Presidente della Corte costituzionale, e insigne giurista, come Gustavo Zagrebelsky, si esprime sui giornali, occorre abbeverarsi immediatamente a tale fonte, qualcosa, anche poco, si può capire e trarne giovamento intellettuale.zagrebelsky

Quando pensiamo di non condividere le riflessioni di tali estensori di fulgida sapienza, abbiamo, oggi in questa moltitudine di spazi virtualmente reali e realmente virtuali, la possibilità di esprimerci su di un blog, infilare il nostro messaggio nella bottiglietta elettronica, e gettarlo in quel mare di parole che chiamano internet.

Proprio questo gesto introduce uno dei temi di dissenso nei confronti del citato illustre personaggio.

Il blog  è inserito dal fine giurista in una sempre più vasta compagnia che ha come capofila la chat. Questa unitamente a “twitter, social forum, newsgroup, mailing list, facebook, messaggi immediati d’ogni tipo” (La nostra Repubblica fondata sulla cultura” di Gustavo Zagrebelsky, da La Repubblica del 5 aprile 2013)  appartenendo “al mondo dell’istantaneità” (idem) e quindi della comunicazione, è contrapposta al libro che appartiene “al  mondo della durata” e perciò della “formazione” (idem). La contrapposizione giunge alla fine di un lungo articolo che, in un’ottica struttural – funzionalista, evidenzia il carattere di “garanzia terza” (idem, grassetto mio) che la “cultura” ha nel sistema sociale odierno. Purtroppo anche in questo caso la polisemia del concetto di cultura ha giocato un brutto scherzo al fine giurista. Egli passando indifferentemente da un’accezione antropologica ad una elitaristica del termine cultura, ora si rifà al sistema di valori, norme, ruoli idee che le persone apprendono ed interiorizzano nelle fasi di socializzazione per attribuire senso alla loro azione, e ora si preoccupa delle prerogative delle opere artistiche e dell’intelletto umano. Questa incertezza concettuale, condita con la conseguente reificazione del concetto stesso lo porta a guardare con un malcelato fastidio le pratiche sociali oggi imperversanti, posizionando il proprio giudizio di valore in prospettiva giocoforza passatista ed elitarista. Gli strumenti che vengono derubricati a mezzi di comunicazione, sono proprio l’espressione di quella potenza produttiva che fa dire al nostro “questa garanzia era riposta nella religione; oggi, nell’età della secolarizzazione, non può che essere la cultura.” (idem) e che rappresenta, nell’incipiente epoca di globalizzazione, la principale posta in gioco contesa tra nuovi attori sociali, in via di costituzione. In questo contesto sono del tutto fuorvianti affermazioni del tipo: “A distanza d’anni, quando s’è persa la nozione dell’interesse originario, anche le opere di pubblicità possono depurarsi dal loro aspetto strumentale ed essere rivalutate e apprezzate nel loro valore artistico” (idem). Il fine della purificazione, che per il nostro autore è lotta contro possibili corruzioni, connesse ad utilizzi strumentali in sfere diverse, ci rammenta, dopo secoli dall’avvento del pensiero moderno, che il mito feticistico dei fatti e delle cose stenta a morire. Attribuire valore artistico ad opere depurate dal proprio contesto implica l’adozione di un’ottica tutta cristallizzante dell’azione umana. Pur non essendo qui rilevante se sia arte l’Eneide “per la parte che l’artista riserva alla sua libera creazione” (idem) o perché letta con la consapevolezza della necessità da parte di uomini di quel tempo di glorificare un impero nascente, il fatto che si continui a gettare luce sulla parte materiale, granitica e, soprattutto individualizzante dell’opera suggerisce che le distanze dalla cognizione della fase storica che stiamo vivendo sono assai considerevoli. La circostanza che la realtà smentisca i vincoli sistemici rappresentati in affermazioni come le seguenti: Ciò che è giusto in una sfera, può diventare corruzione delle altre sfere. Così, l’affermazione nella sfera dell’economia non deve essere usata strumentalmente per affermarsi nel campo della politica o in quello della cultura; l’affermazione nella sfera politica non deve essere il ponte per conquistare posizioni di potere nella sfera economica o in quella culturale; l’attività nella sfera culturale non deve corrompersi cercando approvazione e consenso, in vista di candidature, carriere e benefici che possono provenire dalla politica o dall’economia”, testimonia che il paradigma di riferimento del signor Zagrebelsky imperniato in sfere d’azione sociale distinte e separate non è in grado di dar conto della realtà. L’idea di risolvere con simili perorazioni problemi, come quello del dominio nelle relazioni sociali connesse con l’innovazione tecnologico-culturale e con l’affermazione di una società post- industriale, ha la stessa forza di quelle, tante volte annunciate, leggi contro i conflitti d’interessi; non si fa in tempo a vararne una che ne scoppiano centinaia di nuove. Davanti ai ripetuti successi elettorali di Berlusconi, che li trasforma in affermazioni personali in campo economico, ma anche in quello politico e culturale, se uno strumento intellettuale non riesce a cogliere il carattere di dominio, che lega gli attori più o meno attivi del sistema della comunicazione di massa e di questi con le altre sfere sociali, è un’arma spuntata, anzi deleteria. Davanti ai giri di valzer di giudici che girovagano da una carica professionale ad una elettiva, per poi, magari  assumere ruoli di dirigenza d’impresa, se ci si limita a idealizzare purezze ed a praticare cariche ben remunerate, l’azione d’opacizzazione di prassi dominanti è l’unico risultato di tali argomentazioni. Davanti a carriere fulminanti che vedono il passaggio da azioni anche contestatrici, a ruoli prima tipicamente intellettuali, poi parlamentari ed infine manageriali, con abiura di passate convinzioni, se si continua a guardare ai prodotti depurati dai contesti in cui sono situati, lo sguardo potrebbe essere viziato da ideologie prostrate nei confronti delle classi dominanti.

Considerando, in conclusione, il fatto che uno dei più lucidi personaggi del pensiero politico italiano non riesca ad andare oltre riflessioni di questo tipo, la tesi che l’attuale sistema politico sia sempre più rigidamente autopoietico ed autoreferenziale, alla Luhmann per intendersi, e che quindi il cambiamento passi per una messa in discussione radicale del sistema stesso è oggi quantomeno poco azzardata.