REFERENDUM SI – REFERENDUM NO – REFERENDUM BOH – REFERENDUM PRRRRRR

Sono e resto assai dubbioso nell’affrontare la questione del cosiddetto “referendum confermativo” del 4 dicembre, soprattutto dopo un lungo periodo di silenzio di questo blog. Il dubbio “principale” è legato al fastidio che provo nell’ascoltare perentori schieramenti a favore delle uniche due soluzioni previste, come se dal 5 dicembre ci fosse la possibilità di vedere il drastico calo della temperatura planetaria, qualche bambino africano in più farsi una sana e robusta colazione, qualche ragazza indiana evitare stupri razziali o parentali, qualche giovane, non “fortunato” trovare un lavoro che sviluppi gli studi intrapresi ecc. In questo periodo ho la sensazione che le tre parole: “SI”, “NO” ed “epocale” si sprechino in ogni dove, soprattutto lungo gli spazi di discussione di vecchia e nuova socialità. In effetti, l’evento si presenta con tutti i caratteri della storicità, specialmente per la lunga digestione con cui ci siamo dovuti cimentare e per i significati che ognuno sta attribuendo alla propria presa di posizione. Uno dei più evidenti paradossi è che, pur essendo posto come la classica scelta razionale attribuita al libero cittadino decisore, la discussione stenta a chiarire l’oggetto effettivo della contesa, tanto che affiorano quotidianamente nuove e diverse motivazioni della preferenza.  Capita spesso, infatti, che i contendenti, ma non solo, mostrando conseguenze secondarie, discutano di questioni esterne alle alternative referendarie, aumentando la caoticità della questione (V. il dibattito Landini – Renzi di domenica 20 novembre). La lontananza di questo evento dal classico modello liberista, che vede un attore scegliere razionalmente tra alternative in base a proprie inclinazioni od interessi, è riconosciuta dagli stessi contendenti la disputa, non ci ha risparmiato l’adozione dell’eufemismo manipolatorio che scambia un (pleb)iscito ossia: ogni diretta manifestazione di volontà del popolo (plebe, nota mia)riguardo a questioni relative alla struttura dello stato o alla sovranità territoriale (http://www.treccani.it/vocabolario/plebiscito/ ), per un referendum, vale a dire: l’istituto giuridico per il quale, in senso lato, è consentita o richiesta al corpo elettorale una decisione su singole questioni; (http://www.treccani.it/vocabolario/referendum/ ) Ora, al di là di questioni giuridico[1]/terminologiche, balza abbastanza evidente che la presente mobilitazione nasca, si sviluppi e rischi, fortunatamente, di rimanere  all’interno del campo politico/amministrativo e l’astensione, pur mostrando innumerevoli facce, non fa che sottolineare  la lontananza del quesito referendario dalle esigenze e competenze degli individui coinvolti. Sento già arrivare le voci che, nel dopo voto scopriranno che nel quotidiano di ognuno non sarà cambiato nulla, tranne il tema che i vari mass media proporranno nelle maratone televisive.

Se i referendum abrogativi hanno mostrato che l’interpretazione della volontà popolare è propria di chi sa sfruttare posizioni di potere reale (V. ad esempio il referendum sull’aborto e quello sull’acqua), ma hanno favorito lo sviluppo di movimenti di liberazione e contestazione (V. quelli sul divorzio e sulle centrali nucleari), temi come quello odierno porteranno solamente uno sterile dibattito all’interno del mondo politico, proprio perché al contrario dei primi non nascono da mobilitazioni di movimenti sociali. L’azione di difesa della legge sull’aborto, per quanto si sia dovuta misurare, nel corso degli anni con le reazioni legate al potere reale dei medici ginecologi e a quello normativo della Chiesa Cattolica, è da ricondurre alla vitalità di un movimento femminista che ha saputo porre una con-vincente questione sulla sessualità femminile. La mobilitazione sulla conferma o l’abrogazione della riforma Renzi non potrà che fornire ai vari gruppi politici l’opportunità di cooptare qualche nuovo adepto e di ricompattare quelli storici e manterrà per qualche tempo ancora i riflettori accesi all’interno di un campo sempre più sterilmente autoreferenziale. L’estrema complessità delle questioni sollevate oltre a rendere assai pesante e ingarbugliati i dibattiti (in gran parte di quelli che ho potuto visionare gli interlocutori stentavano a mettersi d’accordo sul tema da affrontare), rendono assai difficilmente leggibili le dinamiche in atto e i significati ad esse attribuibili. Si potrebbe pensare che lo scontro veda da una parte i fautori di un processo di ulteriore accelerazione della globalizzazione che, riducendo il potere d’interdizione di gruppi di politici locali, favorisca la semplificazione, la velocità di esecuzione e soprattutto un maggior controllo sulle misure che il governo deve adottare per mantenersi in sintonia con decisioni prese altrove. Dall’altra parte sembra facile ritrovare coloro che, in nome della riproposizione di idealità nazionalistiche, si oppongono a questo disegno sia perché esclusi da quelle dinamiche, sia semplicemente perché non sono i protagonisti principali, sia per il timore di veder disperso quel ruolo di autorevole arbitro di questioni riguardanti le faccende umane e sia perché convinti di poter cavalcare l’onda di riflusso che, riproponendo temi identitario/nazionalistici, e/o rispolverando bandiere neocomunitaristiche (vessillo, non di formazioni politiche genericamente conservatrici, ma di gruppi fondati da esponenti dell’estrema destra armata europea, coinvolti nelle più efferate stragi compiute tra gli anni Sessanta e Ottanta http://www.umanitanova.org/2016/02/07/comunitarismo-neofascista/) consente facili successi elettorali di fronte ad un elettorato attonito ed atterrito dalle prospettive future. L’evidente semplificazione in cui sono incorso, pur sottolineando la considerevole complessità della questione, non mi consente facili previsioni sugli andamenti futuri, ma mi permette di prendere in considerazione l’ipotesi di una tendenziale polarizzazione delle posizioni politiche. In questa particolare situazione sembra che gli attori principali si stiano orientando in modo da intercettare il malcontento per lo smantellamento di quello che negli anni passati costituiva lo stato sociale sia la preoccupazione per i forti cambiamenti nel rapporto con il lavoro, da un lato e quella parte di elettorato più integrato nel processo di globalizzazione, più in linea con gli orientamenti cosmopoliti che hanno permesso alla Clinton di  vincere nei grandi centri urbani delle due coste americane, ma che l’hanno fatta perdere nel resto del paese e alle complessive elezioni presidenziali. Tutto ciò non è che un’ulteriore semplificazione, ma anche un’ipotesi di lavoro per approfondimenti successivi, ed è per me un buon motivo per rafforzare due mie convinzioni: molto più che appurare la veridicità di tesi contrapposte è interessante osservare i comportamenti  dei vari attori nelle controversie (http://www.medialab.sciences-po.fr/publications/Venturini-Introduzione_Cartografia_Controversie.pdf) e che questa in particolare, pur coinvolgendo milioni di persone in qualità di agenti mobilitati, e pur essendo foriera di pesanti conseguenze per tutti noi, rimarrà solo all’interno di quel campo sedicente “politico” verso il quale io non nutro simpatie tali da farmi coinvolgere in nessun modo.

 

 

 

 

 

[1] In questa competizione plebiscitaria un ruolo importante, ma non decisivo lo hanno svolto un numero cospicuo di giuristi che, sentendosi attori privilegiati, si sono schierati nei due campi avversi. Per un esame complessivo del ruolo di costoro un ottimo punto di partenza è l’articolo: “I giuristi, custodi dell’ipocrisia collettiva” di  Pierre Bourdieu ( V.  http://www.kainos.it/numero9/disvelamenti/giuristicustodi.html )

 

 

 

 

 

CITTADINI VIRTUOSI E NERI SCOREGGIONI

Non si può correttamente considerare come un discorso da parvenu, quello contenuto nell’ultima amaca di Michele Serra (V. La repubblica del 17 maggio 2015 https://triskel182.wordpress.com/2015/05/17/lamaca-del-17052015-michele-serra/ ), poiché è parte di una prassi abbastanza diffusa, anzi direi prevalente, di adesione ai cosiddetti valori dominanti.

pulizie milano

L’elogio, con richiesta di medaglia al valore, per la ripulitura dei muri imbrattati della Milano post manifestazione anti expo, non è l’atto di un nuovo arrivato nella scalata sociale, pronto a mettersi in mostra per ostentare un fortunoso arricchimento (probabilmente il soggetto in questione, pur non rivendicando maggiori emolumenti per se, dall’alto del suo superiore capitale culturale, giudica iniqua la sua remunerazione). Non è neanche la riflessione di un nuovo arrivato mentre si fa carico dei valori d’ordine delle vecchie classi borghesi (rappresentate da quell’odiatissimo Berlusconi e da quei triviali ricconi, pieni di soldi, ma moralmente e culturalmente inferiori rispetto ai suoi pari).

no expo

 

Esso è nello stesso tempo una riconferma della presa di distanza rispetto alla rumorosa scoreggia in pubblico fatta dai black bloc, espressione di gruppi sociali destinati alla sconfitta (con i quali il nostro non pensa di aver a che fare)  e la ripetizione ossessiva del vecchio disegno “sinistrorso”.  In esso sono previsti castigati contestatori criticare provvedimenti o pratiche del ceto politico e gli elzeviristi di professione pontificare giudicando questo o quell’aspetto della questione, il tutto finalizzato alla costituzione di una rappresentazione sociale della realtà capace di rafforzare il capitale simbolico della comunità dei gauchisti nostrani.

L’aspetto tragicomico dell’amaca in questione è che l’invito a prendersi cura gratuitamente delle cose della città in un contesto come quello dei postumi di una manifestazione, oltre a ricordare la cura per l’arredo del G8 di Genova che ossessionava, in quei lontani anni, i pensieri del Cavaliere, non tiene proprio conto di uno dei più comprensibili oggetti di contestazione di quella manifestazione. Il noto elzevirista de La Repubblica non ha minimente riflettuto sul fatto che la rabbia sociale per salari da fame si infiamma in modo esplosivo quando l’invito a prestazioni gratuite si fa sempre più pressante e sta diventando pratica sempre più diffusa ed opportunisticamente programmata. Queste sperticate lodi per il civile comportamento dei cittadini milanesi, contrapposto alla rozza e fracassona asocialità dei neri, trascurando la realtà di super sfruttamento oggi incombente e la protervia di chi non dissimula neanche un po’ le proprie posizioni nelle quali il potere si condisce con privilegi e ruberie più o meno legalizzate, sono senza dubbio parte di un discorso dominante. Questo discorso che pone i riflettori esclusivamente sulle differenze di comportamento agisce come tentativo, neanche tanto dissimulato di naturalizzare la differente “cultura” dei diversi attori e surrettiziamente di glorificare il lavoro “disinteressato” dei buoni cittadini. In questo modo viene definita la correttezza e virtuosità della prassi attesa e sanzionata come deleteria quella antagonista e soprattutto rafforzato il consenso intorno ad una realtà fortemente violenta, classista e dominata da ogni tipo di prevaricazione, ma che è assai prodiga di considerazione per chi, come il nostro amico (si fa per dire), difende con i denti del politicamente corretto il proprio capitale simbolico.

Saviano, Travaglio ed la mafia capitale

Caro Orleo, ti ringrazio per aver segnalato la risposta di Travaglio all’articolo di Saviano, guarda caso due dei più ascoltati opinionisti

travagliosaviano

gabaneli

(manca solo la Gabanelli) dei fatti legati allevarie questioni chiamate: “mafia”, “corruzione”, “mala – politica”, ecc. Visto che i “politici” non godono di grande stima, sembra del tutto scontato che siano i giornalisti di “nera” e “giudiziaria” gli unici in grado di offrire spunti di

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/06/news/messico-102306740/?ref=HREC1-5

 

riflessione su fatti indubbiamente importanti. Ė ovvio che la loro posizione professionale, in un contesto turbolento come quello degli ultimi tempi li avvantaggi in quanto a tempestività degli interventi ed alla ricchezza dei particolari (Travaglio, ad esempio, mostra incontrovertibili capacità di memorizzazione di fatti criminosi e di conoscenza dei protagonisti, anche tra i più marginali), ma mi

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/06/news/usa_violenze_polizia_terza_serata_di_proteste_die-in_nel_cubo_della_apple-102234043/?ref=HREC1-24

 

sembra che rispetto a qualche anno fa (non parliamo solo dei famosi anni ’60 – ’70) la delega che abbiamo dato a costoro sia troppo ampia. Non discuto del loro lavoro e della loro competenza giudiziaria ma, osservando il contenuto dei loro elaborati, scorgo, soprattutto in quello di Saviano, una povertà d’analisi che corrobora il tono da loro adottato. Saranno artifici retorici, ma sia lo sgomento per

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/atene-e-salonicco-disordini-durante-manifestazioni-in-memoria-dello-studente-ucciso-6-anni-fa-dalla-polizia-39a075f5-f06b-447d-a5c1-eb9cdebf27ac.html

 

una politica corrotta ed affarista, che il cinismo volto ad evidenziare l’efferata malignità dei politici italici potrebbero essere interpretate come richieste d’aiuto lanciate da naufraghi timorosi per le sorti del belpaese,ma soprattutto per quelle relative alle loro convinzioni. Continuare ad impiegare approcci manichei mediante i quali si contrappongono cristallini sistemi politici dei paesi più civili

http://www.icij.org/project/luxembourg-leaks/explore-documents-luxembourg-leaks-database

ai fetori di quelli di casa nostra, oltre a mostrare un linguaggio assai datato e zeppo di termini dal dubbio significato (V.  http://www.informarexresistere.fr/2014/12/02/noam-chomsky-non-ha-piu-importanza-chi-detiene-il-potere-politico-tanto-non-sono-piu-loro-a-decidere/ ), sottolineano l’assenza di un’ottica che tenga conto degli effetti della globalizzazione e degli attuali modelli organizzativi di quello  che un tempo si chiamava “capitale”, ma che si può ancora chiamare “sistema di dominio”.

Rendiamo merito alle abilità di questi giornalisti, ma aiutiamoli ad uscire dalle secche in cui sono e siamo finiti.

A PROPOSITO DELL’ARTICOLO 18

SETTIS, I PASCOLI ED IL BENE COMUNE

 

barberis 1

 

 

C’era da aspettarselo, ora che il tema dei beni comuni si è dovuto misurare con l’agenda politica dettata da chi sa controllare la cosiddetta “opinione pubblica”, il prevedibile rischio di confondere tale questione con quella classica del bene comune si sta manifestando, sia pure in ambienti ed in situazioni molto ristretti. È abbastanza scontato che qui e là, durante la campagna elettorale, ci sia più d’uno che, con fare serioso, affermi che la sua iniziativa e quella del suo gruppo è volta alla tutela del superiore BENE COMUNE. Ci mancherebbe altro, dopo tutto siamo in un regime repubblicano e notoriamente le istituzioni politiche sono investite da questo preminente scopo. A noi il bene, il male ai malfattori direbbeJacques II de Chabannes signore di La Palice.

Cercando di essere il più sintetico possibile, mi avventuro in una discussione su questo tema, poiché lo devo al mio amico Giovanni Gottardo. Questi, alcuni giorni fa ha postato su FB un documento recensione di  Salvatore Settis che mi ha portato asollevare alcuni dubbi su quelle affermazioni, ma, essendo io una pulce rispetto al molosso che devo aggredire, mi sono preso un po’ di tempo prima di completare la mia critica.

Come dice l’autore (d’ora in poi l’a.) della recensione e quindi dello scritto che mi accingo a criticare, il tema dei beni comuni sta godendo, da qualche anno, di un rinnovato interesse. Il premio Nobel per l’economia conferito ad Elinor Ostrom insieme ad Oliver Williamson a seguito degli studi sulla governance e sui limiti delle imprese (il secondo) ed i beni comuni (la prima) ha dato un respiro internazionale e di alto profilo accademico ad alcune lotte che, come quella contro la privatizzazione dell’acqua, hanno squarciato le nebbie di questo lungo periodo di “pace sociale”. Il libro di Paolo Maddalena “Il territorio bene comune degli italiani” (Donzelli) e la recensione di  Salvatore Settis  sono tra gli ultimi esempi di un’attenzione che il mondo accademico dedica a tale tema, pur dovendosi confrontare con una dinamica politica poco propensa ad accettare riflessioni pacate e ben meditate. Il renzismo (uso questa espressione, anche se nonostante la recente vittoria siamo ai primi vagiti di questa nuova epoca) sembra che abbia come connotato principale: l’approssimazione comunicativa, collegata alla velocità decisionale, da mostrare e spettacolarizzare nei confronti di un pubblico sempre più attonito e confuso. Quest’ultima parola mi consente di riportare la barra del discorso sul tema che intendo affrontare e di mettere subito da parte l’obiezione più immediata che si potrebbe lanciare contro lo scritto dell’autorevole recensore: a mio avviso egli non sovrappone i concetti di “beni comuni” e di “bene comune” per una banale confusione legata ad aspetti lessicali, egli lo fa perché convinto che il secondo sia il compimento e la maturazione del primo.

Visto che mi è richiesta, procedo con chiarezza.

Per ribadire che i due termini fanno riferimento a due questioni assai distanti, potrei limitarmi nel citare autori di diversa estrazione come Guido Viale, Giovanna Ricoveri, Carlo Donolo ed Enrico Grazzini. ma vista l’ipotesi esplicativa che ho in serbo, per dar conto di questo apparente equivoco, ritengo utile richiamare brevissimamente i due concetti sottostanti.

  1. I BENI COMUNI o COMMONS (d’ora in poi bc) “sono riemersi dalla notte dei tempi, dopo due – tre secoli di ostracismo praticato dai governi di tutto il mondo per cancellarli, perché considerati un retaggio del passato che ostacola la “modernizzazione” dell’economia e della società.” (http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/07/Approfondimenti.-Elinor-Ostrom-e-i-beni-comuni.pdf).  Sarà per questa troppo recente riscoperta o per altri motivi, ma sembra ancora distante un’unanime definizione su cosa s’intenda per bc e che cosa essi includano. Forzando un po’ le cose potremmo dire che per gli economisti e per Elinor Ostrom, in testa “i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono ad essere non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l’uso da parte di un soggetto impedisce l’uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite (o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie.”. (Grazzini   http://temi.repubblica.it/micromega-online/beni-comuni-e-diritti-di-proprieta-per-una-critica-della-concezione-giuridica/). Al contrario per alcuni giuristi italiani, come Stefano Rodotà, l’autorevole giurista che tra i primi ha introdotto il tema dei bc,  essi, pur rischiando di veder confinato il tema ai soli beni “open -access” [1]ed a quelli di merito [2], fanno riferimento ad un numero consistente, ma limitato di beni. Questi, potenzialmente anche immateriali, ma concretamente fruibili da soggetti individuali e collettivi comportano per lo stato misure di specifica tutela, poiché essendo “quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità… devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future.”. http://www.teatrovalleoccupato.it/il-valore-dei-beni-comuni-di-stefano-rodota  In ogni caso, a conferma della necessità di chiarezza lo stesso Rodotà si schiera contro tendenze pronte a scorgere bc ovunque. «Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorte di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità d’individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità comune di un bene può sprigionare tutta la sua forza» (Rodotà, il manifesto, 12 aprile 2012).  Oltre a questi due autorevoli approcci ne suggerirei un terzo, che, puntando a situare socio – storicamente la questione, riporta l’identificazione degli stessi ai casi concreti ed evita di trascurare l’aspetto culturale e relazionale dei bc stessi, tanto da farli associare a delle relazioni sociali”. Questi “ in questo caso sono socialmente costruiti e non un dato precostituito. Potremmo dire che l’appellativo di comune non è insito alla natura del bene bensì è determinato dai rapporti sociali che lo generano” http://selfcity.tumblr.com/post/11396772658/pratiche-sociali-e-beni-comuni. La questione dei bc in tal caso “si manifesta in forme differenti nei diversi tipi di comunità e le differenti definizioni offerte riflettono le diverse forme sociali in cui s’inquadra il dibattito” (Douglas M. (1994), Credere e pensare, Il Mulino)
  2. IL BENE COMUNE [3](d’ora in poi BC) è tutt’altra cosa: esso “rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza.” http://www.inchiestaonline.it/economia/guido-viale-i-beni-comuni-non-sono-il-bene-comune/. Rappresentando lo spazio sociale come un organo, i sostenitori del BC sostengono che “il fine della società politica, e quindi di chi la governa, deve essere il bene comunehttp://www.redalyc.org/pdf/927/92720204.pdf, anzi “ne è anche il principio costitutivo.”.  (Vittorio Possenti http://www.fidae.it/AreaLibera/AreeTematiche/Progetto%20Culturale/Vittorio%20Possenti,%20La%20questione%20del%20bene%20comune.pdf).                                                                        “La concezione organicistica del mondo consiste nell’immaginare la società sul modello di un corpo vivente, in cui il bene del tutto viene prima di quello delle parti che lo compongono, che non sarebbero neanche concepibili separatamente da questo (come una mano distaccata dal corpo). http://www.treccani.it/enciclopedia/comunitarismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/ Sorvolando sulle origini classiche di tale filosofia, la sua riproposizione viene accolta come antidoto al trionfante neoliberismo, soprattutto alla versione contrattualista.  Alcune di queste tesi, rovesciando il pensiero di Tonnies che vedeva la Società prevalere sulla Comunità propongono il passaggio inverso da una logica meccanicistica, tipica della Società borghese, ad un punto di vista organico caratteristico delle Comunità. Con quest’approccio “la parte (il cittadino) esiste in vista del tutto (lo Stato) ed il tutto in vista delle parti, tale comunità possiede un «bene comune» che rappresenta, contemporaneamente, l’interesse del singolo membro e della comunità nel suo complesso. In secondo luogo, le relazioni tra i membri della comunità sono viste come organiche e, quindi, inscindibili: nel momento in cui si pretenda, con un atto di forza, di spezzare il legame che unisce i membri della comunità, si destina la comunità stessa alla morte.”. ( Adele Patriarchi, http://www.dialetticaefilosofia.it/public/pdf/17annali%202006.pdf). Ovviamente numerose sono le correnti che si rifanno a questo tipo di orientamento e, nonostante le origini conservatrici, oggi molti esponenti della sinistra rielaborano il tema del BC tanto da suggerire interrogativi sulla sua collocazione politica. A questo riguardo è bene precisare che la visione egualitarista della sinistra, nel momento in cui si coniuga con l’accezione organicista assume i caratteri di un atteggiamento paternalistico[4]. So benissimo che parole d’ordine come “partecipazione, condivisione, solidarietà” fanno parte del lessico adoperato da questi esponenti della sinistra, e che tali espressioni collocano il tutto un’ottica democratica, ma la cornice d’azione avviene dando per scontato che il “bene comune è il fondamento e l’unica giustificazione dell’autorità” Vittorio Possenti http://www.fidae.it/AreaLibera/AreeTematiche/Progetto%20Culturale/Vittorio%20Possenti,%20La%20questione%20del%20bene%20comune.pdf). Pertanto “La non-evidenza del bene comune, il fatto che esso sia sempre soggetto ad un velo d’ignoranza sono i motivi che postulano la necessità dell’autorità politica; il suo compito consiste nell’assicurare l’unità di azione del corpo politico, al cui interno generalmenteesistono molteplici opinioni sugli scopi e le azioni da intraprendere. ” (idem)

Chiariti i termini e conseguentemente la distanza tra delle due accezioni dell’espressione “bene comune”, si può ora passare all’analisi del testo di Salvatore Settis. In esso sia con uno sguardo puntuale e sia con una banale analisi complessiva si può riscontrare la sovrapposizione delle due accezioni. Quando l’a. dice “attraverso l’universo dei beni comuni, la nuova dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani: primo passo per intendere come, perché e da chi essi sono calpestati, e per organizzare una riscossa” (Settis, http://temi.repubblica.it/micromega-online/una-repubblica-fondata-sul-bene-comune/) o quando scrive “L’argomentazione sul territorio come bene comune degli italiani, che Maddalena ci offre in questo libro, è un contributo, appassionato e rigoroso, a quella discussione sui beni comuni che va oggi dilagando, ma non sempre con piena consapevolezza delle categorie giuridiche adoperate né del loro spessore storico né, infine, del loro concreto potenziale politico e civile” ( Idem) si riferisce, sia pure con tesi discutibili, alla questione dei commons (bc). Quando invece sostiene “Ma il bene comune è oggi sempre più spesso accantonato come un ferrovecchio, e in nome delle logiche di mercato cresce ogni giorno l’erosione dei diritti, si consolida la struttura autoritaria dei governi, la loro funzione ancillare rispetto ai centri del potere finanziario e bancario, «stanze dei bottoni» totalmente al di fuori di ogni meccanismo democratico di selezione, al riparo da ogni controllo, al di sopra d’ogni regola, di ogni legalità, di ogni sanzione ( Idem)  (o quando ricorda che “il potere di agire contro le istituzioni in nome del bene comune, contro le mutevoli leggi in nome di uno stabile Diritto intessuto di profondi legami sociali e di alti principi etici”, ( Idem) si riferisce a quel BC fondante della “Costituzione della Repubblica. In essa troviamo il coerente manifesto di uno Stato fondato sul bene comune e non sul profitto dei pochi”. ( Idem)

Che Salvatore Settis abbia sposato la causa del BC lo si può veder chiaro leggendo il suo fortunato “S. Settis Azione popolare” (ed. Einaudi, 2012). Per lui “Il bene comune come finalità imprescindibile delle comunità umane è la spina dorsale di una cultura della cittadinanza di cui dobbiamo in ogni modo recuperare la traccia e il bandolo.”. (Idem, pag 57) e visto che, sempre secondo lui lo Stato “È, prima di tutta, una comunitàLo Stato siamo noi: perciò dobbiamo saper imporre a chi ci governa il pieno rispetto della legalità, e dunque anche fermare il saccheggio dei beni comuni e dei beni pubblici, anzi indirizzarne l’uso, secondo Costituzione, sulla loro utilità sociale.”.  (Idem, pag. 113).

Ora se si guarda alle domande interessanti che l’A. si fa quando dice: “Se, al contrario, sapremo affermare la piena continuità fra beni pubblici e beni comuni, allora potremo porre sul tappeto altre e più interessanti domande. Questi beni, in quanto appartenenti alla comunità di cittadini, cioè al popolo, possono rivestire più complesse funzioni, di natura economica ma anche etica e civile, in relazione al pubblico interesse, alla comunità nazionale, alle istituzioni della Repubblica? Possono contribuire a strutturare una cittadinanza consapevole della superiorità del bene comune sugli interessi di ognuno, convinta dei legami e degli obblighi di solidarietà fra cittadini? (Idem, pag 118) si può fare una altrettanto interessante ipotesi sul perché lo stesso abbia sovrapposto le due accezioni del bene comune. Per lui i bc sono solo dei beni che appartengono, unitamente ai beni pubblici, alla comunità dei cittadini, la quale s’identifica con lo stato. Questa entità designata dalle nozioni di: Popolo, Nazione e Patria, e che si esprime attraverso lo stato nazionale, oggi vittima di un logoramento dovuto al convergere della caduta di professionalità del personale politico ed alla cessione di sovranità verso istituzioni locali e sovranazionali e soprattutto verso il mercato globale, trova nel “complesso dei beni pubblici, dei beni comuni e dei beni culturali, paesaggistici e ambientali come beni essenziali all’esercizio dei diritti pubblici (Ivi, pag 138) la garanzia funzionale all’ottenimento del bene comune. In questo modo cade ogni riferimento alle tesi sull’efficacia della capacità autorganizzativa di gruppi sociali rispetto ai commons, proposto dalla Ostrom e viene rafforzata la concezione organicista della realtà sociale, con la conseguente derubricazione dei conflitti ad anomalie connesse a cattive scelte politiche, delle élites dirigenti. I conflitti, in particolare secondo l’ottica del nostro, sono frutto, proprio come per i corpi, di azioni provenienti dall’esterno: dall’economia capitalistica “L’onnipotenza del mercato sottomette lo Stato e ne fa il proprio strumento di dominio, infrangendo l’identità fra Stato e comunità dei cittadini, che sarebbe propria della democrazia.”. (Idem, pag. 120-121)  o dall’impreparazione dei politici nostrani  “A nessun politico, senza eccezioni, interessa il patrimonio artistico” (S. Settis, http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2012/10/114543.html). Per lui la possibilità che questa presunta comunità,  rappresentata dallo stato repubblicano sia, in realtà, un campo dominato da gruppi sociali che hanno costituito e costituiscono il medesimo ed attraverso il monopolio della violenza fisica e di quella simbolica, non è per nulla da prendere in considerazione. Anzi, senza alcuna preoccupazione, egli innalza la bandiera nazionale: “Ma l’orizzonte specificamente nazionale, italiano, è assolutamente essenziale, se professiamo un’etica della legalità. Se crediamo che la Repubblica, e proprio per aver voce nel concerto delle nazioni, debba cominciare col rispettare la propria memoria storica, la propria identità, la propria Carta fondamentale, i propri cittadini. Se, insomma, siamo convinti che l’Italia esista ancora.” (S. Settis, “Azione popolare”, pag 123).  In questo modo egli dimentica ad esempio che in nome della difesa dei supremi interessi nazionali (ed in barba ai beni comuni o collettivi ) abbiamo il Mar Adriatico ed il Tirreno pieni di bombe pericolose (http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/02/adriatico-e-tirreno-due-cimiteri-di.html) e soprattutto trascura il fatto che dietro queste bandiere si stanno nascondendo pericolosi atteggiamenti xenofobi e razzisti e costituendo una cultura più orientata alla dipendenza che alla responsabile cura dei beni comuni. Rilanciare tematiche nazionaliste, identitarie e, per certi versi, populiste è, a mio avviso, un tentativo disperato di rianimare una rappresentazione di uno stato  capace di governare la complessità sociale, rappresentazione che, pur spingendosi oltre la vecchia idea unitaria ripropone la più che matura dottrina di una comunità che si fa soggetto e che agisce su se stessa al fine di dar vita ad una società giusta  “la forza dello Stato comunità, che è una forza che si esprime, sì attraverso Autorità liberamente elette, ma che ha il suo fondamento essenzialmente nel consenso popolare, nel consenso della generalità dei cittadini.” (http://www.amcorteconti.it/maddalena_etica.htm)

 

 

 

 

 

[1] Quelli che:  come il mare aperto, i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria, i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate (catalogo dei beni comuni redatto dalla commissione Rodotà del 2008.

[2] Beni la cui produzione genera sistematicamente esternalità  positive, o ritenute tali dalla collettività e …. il bilanciamento tra sfruttamento di una risorsa naturale a vantaggio dei residenti attuali e conservazione della stessa per le future generazioni http://eprints.biblio.unitn.it/1280/1/WP22_Carlo_Borzaga.pdf),

[3] Per diverse ragioni, principalmente per motivi di chiarezza e di concisione, qui non metto in discussione il concetto di bene comune. Do per scontato che uno strumento come questo, oltre ad essere inutile in un qualsiasi ragionamento, vista la sua arbitrarietà, è assai pericoloso e mi rammenta oggetti come il manganello e l’olio di ricino  indispensabili per la sua difesa.

[4]  Paternalismo. Propensione del settore pubblico ad influenzare i comportamenti dei singoli individui promuovendo scelte migliori di quelle che essi sarebbero in grado di operare autonomamente…La pubblica amministrazione può tuttavia riconoscere l’esistenza di valori da tutelare (come il rispetto per l’ambiente), ovvero affermare la necessità di promuovere comportamenti virtuosi (per es. quelli che preservano l’integrità e la salute) o l’esigenza di proibire comportamenti dannosi (per es. l’utilizzo di sostanze stupefacenti). In tali casi lo Stato, le Regioni o i Comuni possono interferire nelle scelte dei singoli membri della società, limitando di conseguenza la loro sovranità… Il p., come vera e propria scienza volta a orientare le scelte dei cittadini, individuando modalità per sostenere e sollecitare le condotte migliori, è stato oggetto di una pubblicazione di R.H. Thaler e C.R. Sustein (Nudge: improving decisions about health, wealth and happiness, 2009). In essa, gli autori (collaboratori rispettivamente del primo ministro britannico D. Cameron e del presidente degli Stati Uniti B. Obama) hanno sottolineato come la promozione dei comportamenti virtuosi si basi principalmente sulla diffusione della consapevolezza dei singoli nell’effettuare le scelte migliori, generando così nuovi canali di comunicazione fra Stato e cittadini. Questo nuovo orientamento per la promozione delle best practice (➔ migliore pratica, tecnica della) e i nuovi metodi di policy-making degli Stati impongono tuttavia una riflessione sui potenziali risvolti negativi derivanti da un ampio condizionamento delle scelte individuali che travalichi il perseguimento del bene comune. http://www.treccani.it/enciclopedia/paternalismo_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/

 

A PROPOSITO DI SVOLTE AUTORITARIE

no terzo valicoMa qual è questa svolta autoritaria, quella che avviene nelle stanze riservate alle mitiche ISTITUZIONI (sostanzializzazione e quindi reificazione delle relazioni) DEMOCRATICHE o quella che vede le BOTTE DI STATO ieri in Valle Scrivia http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/04/05/terzovalico-scontri-al-cantiere-ferito-alla-testa-pensionato-notav-belve/273270/                          nel 2010 a Civitavecchia http://video.sky.it/news/cronaca/protesta_pastori_sardi_scontri_con_la_polizia_a_civitavecchia/v77652.vid      o nel 2001 a Genova http://www.youtube.com/watch?v=SRQ8KsxDLWM?

E’ quella che intende modificare la Costituzione o quella, che difendendo il CAPITALE CULTURALE, riafferma una scuola di classe con test selettivi che vedono, domani a medicina 70.000 giovani partecipare alla caccia dei 7.918 posti in un costoso percorso, costituente, tra l’altro, di quel ceto medio pronto a difendere i miti della razionalità moderna? E’ quella che si manifesta con una legge elettorale che conferma l’autopoiesi della rappresentanza o quella che, misconoscendo i rapporti di forza sottostanti, riproduce il dominio e la violenza simbolica attraverso l’imposizione di una specifica visione del mondo?

E’ quella che con la cosiddetta eliminazione delle province, prosegue un percorso di managerializzazione della pubblica amministrazione in un’ottica post fordista o quella che riconferma l’occupazione dello spazio pubblico da parte di gruppi sociali privilegiati (giuristi, politici, giornalisti, avvocati burocrati e docenti universitari) perché costituiti e costituenti del  CAPITALE POLITICO?

E’ infine quella che si inventa termini nuovi per la lotta alla disoccupazione, spacciando numeri per drammi del vissuto operaio (e non solo) o quella che prosegue nel processo di riduzione dei margini di libertà dei lavoratori, con il conseguente aumento della ricattabilità degli stessi in favore di chi controlla il CAPITALE ECONOMICO?

FREE-LANCE E SPIGOLATRICI DI OLIVE

Le spigolatrici - Jean- Francoise Millet

Le spigolatrici – Jean- Francoise Millet

 La spigolatrice di Sapri

di Luigi Mercantini,

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all’isola di Ponza s’è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
tutti aveano una lagrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
«Siam venuti a morir pel nostro lido».

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udirono a suonar trombe e tamburi;
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaro loro addosso più di mille.

Eran trecento, e non voller fuggire;
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano:
fin che pugnar vid’io per lor pregai;
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Carissimo Mauro,

ti ringrazio per la segnalazione; il video http://www.youtube.com/watch?v=vt84TasNLkYè veramente accattivante, sia nel suo significato derivato e sia in quello primitivo.

Pur provando, come te, fastidio per “l’andazzo…. di non voler pagare chi … svolge un lavoro….” non condivido, come avrai notato, la “situazione” che tu hai aggiunto relativamente alla periodizzazione storica in questi anni ed  agli attributi “giovane” e “intellettuale(creativo o simili)” .

Questo mio disaccordo, parziale, non è ovviamente volto a negare evidenze, ma vuole semplicemente sottolineare che:

  1. Tale andazzo, essendo connesso a relazioni capitalistiche, o per dirla marxianamente a rapporti capitalistici di produzione, riguarda un’ampia area spazio-temporale dei rapporti di lavoro. I nostri antenati, quando vendevano le olive non ricevevano una ricompensa commisurata al “valore” del lavoro in esse contenuto, ma, nelle migliori occasioni, ricavavano di che sopravvivere, per consentire ai mercanti d’olio di garantirsi profitti ogni anno. Questo non vuol dire che le situazioni siano totalmente identiche, so anch’io che oggi ci sono in giro pratiche “disoneste” volte a svalutare il contributo lavorativo, ma se ribadiamo che non  siamo di fronte a fenomeni di “italica arretratezza”, ma più semplicemente ad un sistema capitalistico sempre molto rapace, qualche passo in più, almeno nella comprensione, lo possiamo fare. Marx non aveva previsto tutto questo, ma metterlo in soffitta senza salvare quanto di buono aveva scritto, ci porta a rimanere a bocca aperta e amara.
  2. Come si vede dalla cronaca sociale di questi giorni, a fronte di una vastissima area di giovani disoccupati, sottoccupati ed inattivi, la schiera di persone più anziane che si trova nelle medesime condizioni si sta sempre più ingrossando. Tali fenomeni avvengono, soprattutto in un contesto di globalizzazione che vede legioni di “lavoratori internazionali” spostarsi di terra in terra per offrire le proprie braccia. Queste constatazioni non vogliono negare evidenze empiriche e tanto meno addivenire ad una guerra tra poveri, ma vogliono semplicemente porre l’accento sul fatto che gli steccati generazionali sono più consoni a logiche di “politica sociale” dei governi che a pratiche di lotta di classe. Come hai potuto osservare non c’è programma di partito (a modo loro, lo presentano soprattutto quelli di destra) che non si ponga l’obbiettivo di “attuare programmi d’avvio al lavoro delle giovani generazioni” e non c’è dibattito che non veda accanite discussioni sulla migliore ricetta da applicare. Andando a ritroso nel tempo, queste espressioni, a cicli periodici sono state rilanciate in tutte le campagne elettorali e non hanno fatto altro che contribuire a “celebrare” le più recenti sconfitte del movimento dei lavoratori.
  3. E’ molto difficile sostenere, oggi (qui il situare gli attori è necessario ed è da sottolineare) che il lavoratore intellettuale non riesca ad avere la giusta mercede, basta intendersi sui concetti e su come avviene questa situazione. “L’intellettuale creativo e/o no” che ha costituito il programma con cui ti scrivo e “gli intellettuali creativi e/o no” che ci forniscono strumenti con cui possiamo dialogare a distanza, affiancano gli altri “intellettuali creativi e/o no” che ci sottopongono le loro creazioni, sembra che se la passino egregiamente. Essi non solo sono profumatamente remunerati, ma costituiscono quella famosa e “fumosa” (nel senso che in buona parte se ne stanno tranquillamente nascosti a guardare i nostri osanna) classe dominante che regola gran parte delle sfere della nostra vita. Il termine free-lance (lancia libera, mercenario) è stato impiegato per definire alcune occupazioni che vedevano l’emergere di figure professionali del giornalismo, della moda, della pubblicità o dello spettacolo, senza vincoli di esclusività, ma anche con l’assenza dei diritti sindacali goduti dal resto degli addetti del settore (io sono stato un freelance per molto tempo). Con la crescente precarizzazione delle occupazioni, il numero dei free-lance è cresciuto a dismisura ed ha riguardato nuovi settori; si potrebbe dire che oggi siamo tutti un po’ free-lance se non fosse che non è vero. Sopra alla moltitudine dei free-lance nel giornalismo ci sono un bel numero di specialisti della comunicazione che sanno come farsi remunerare le loro creazioni: nel 2005 Ezio Mauro, Direttore de “La Repubblica” ha percepito un reddito lordo di 463.695 euro, Marco Travaglio 282.280 euro,  Vittorio Feltri 589.726 euro. http://temis.blog.tiscali.it/2008/05/01/ecco_quanto_guadagnano_i_vip_italiani__dalla_a_alla_z__1887983-shtml/) Ammirati ed invidiati da molti free-lance dello spettacolo vi sono indiscussi “professionisti” dello spettacolo che, raccomandando agli altri di fare la gavetta, percepiscono sontuose prebende: il sinistrorso Fabio Fazio per il periodo 2014/2017 percepirà 5,4 milioni di euro lordi, mentre la comica e moralista Luciana Littizzetto nel 2005 ha percepito 1.824.084 euro lordi e Antonella Clerici 1.205.604 euro lordi http://www.asiablog.it/2008/05/07/dichiarazione-dei-redditi-degli-italiani-online-giusto-o-sbagliato/ .

Ora come puoi ben immaginare la cosa non è semplicemente un “andazzo … legato ad un atteggiamento diffuso… pregiudizievole nei confronti dei lavoratori intellettuali (come se quelli che fanno lavori manuali conoscessero solo la fatica di contar soldi). Purtroppo la cosa è collegata all’incapacità degli attori coinvolti in queste pratiche di contestare fattivamente tale sistema di rapporti sociali (io ne so qualcosa) e la denuncia degli autori del video testimonia la debolezza rivendicativa degli stessi. A mio avviso, perciò quei giovani fanno bene a ribellarsi, con l’arma dell’ironia, se il loro intendimento è volto a smascherare i rapporti di dominio sottostanti e se il percorso intrapreso vede in prospettiva la costituzione di un forte movimento di contestazione. So benissimo, per esperienza personale, che tutto ciò è assai difficile tanto più che una buona parte di costoro vive il proprio isolamento più come il portato di una debolezza individuale e personale che come il frutto di una logica individualizzante che nasconde rapporti di potere. So benissimo, per esperienza personale, che parlare di sindacalizzazione in questi contesti si scontra con l’inadeguatezza di ricette tradizionali e con l’ambiguità di forme fortemente corporative che imperversano in quegli ambienti. So benissimo, per una probabile mia esperienza personale, che anche mia figlia si dovrà misurare con tali problematiche senza poter contare sulle mie vittorie rivoluzionarie. Ma so anche che quanto più lei ed i suoi compagni punteranno ad evidenziare specificità e meriti legati alla proprietà del sapere, tanto più facili e sicure saranno le loro sconfitte. Al contrario, quanto più in fretta realizzeranno che anche nella costituzione delle loro competenze è possibile un’azione di decostruzione di logiche di dominio (le lotte contro i baroni universitari sono miseramente naufragate sull’altare della meritocrazia) e che tali conflitti dovranno mettere in discussione la legittimità dell’arbitrio culturale che contribuisce alla riproduzione della struttura della distribuzione del capitale culturale tra le classi e, suo tramite, alla riproduzione dei rapporti di classe esistenti, tanto più facile sarà la realizzazione di una società meno iniqua e meno ingiusta nella remunerazione dei lavori.