IL PROFESSORE CHE SI FA QUESTURINO STA CERCANDO UN NUOVO PINELLI?

Sono passate pochissime ore dall’orrenda strage di Brindisi, che, pur non contando, per ora, i tradizionali numeri di vittime, atterrisce i giovani di quei luoghi e i meno giovani di tutta Italia, perché il pensiero corre subito all’indietro alle stragi mafiose ed a quelle “di stato” fino al 1969. Non si sono ancora asciugate le macchie di sangue delle ragazze colpite e le lacrime di chi le sta piangendo e più di un furbacchione comincia a riprovare percorsi vecchi, non sempre sventati.

Sono passati pochi giorni dalla rivendicazione della Federazione Anarchica Informale del ferimento di Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo, che il Galli (Carlo) ha già cantato due volte. Se con l’articolo “Chi è l’anarchico che spara in strada” (La Repubblica del 17 maggio 2012) il professore di Storia delle dottrine politiche, liquida la storia del movimento anarchico ed attribuisce allo stesso un “universo … settario, chiuso in sé; (ch)e vede in ogni avversario un simbolo – il simbolo del Male, del Potere – ; questo è il motivo della più grande contraddizione di questo movimento” (ibidem)  per dar conto di un atto così lontano dalla logica politica, con “BOMBA” (La Repubblica.it apparso il 19 maggio 2012), il medesimo ci riprova. Anche in quest’ultimo articolo il nostro studioso della politica, affascinato, sia pur negativamente, da una recrudescenza di questa parola, si sente in dovere di mettere in mezzo l’anarchismo, capace, secondo lui solo di atti che “non intendono aprire nessuna trattativa con nessuno, e sono quindi un gesto senza fini”.

Non mi interessa fare una difesa d’ufficio del movimento anarchico, soprattutto a poche ore dall’azione terrificante, ma vedendo che gli inquirenti stanno pensando di escludere la mafia come responsabile del gesto, sospetto che vecchi e nuovi questurini ritentino la  carta anarchica per  fare un po’ di confusione e per giustificare la particolare sindrome delle élites italiane di fronte alla responsabilità. L’esimio professore nel suo ultimo lavoro “I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità (Laterza)”, preoccupato per la  “ricorrente dimissione di responsabilità delle élites che le sottrae al compito, loro proprio, di traghettare la società italiana da un difficile passato ad un futuro ancora indeterminato”( ROBERTO ESPOSITO – la Repubblica 18 Maggio 2012 ), può cogliere l’occasione per vedere che “nessuno tremi, e che questa bomba sia interpretata per quello che è: una sfida allo Stato, un insulto alla civile convivenza, uno sfregio mostruoso alla giovinezza innocente, un’ignobile vergognosa barbarie. E che abbia  –  umanamente, politicamente, socialmente, giudizialmente  –  la fermissima e  durissima risposta che merita”. “BOMBA” (La Repubblica.it apparso il 19 maggio 2012). Egli infatti molto attento alla circolazione delle èlites e certo che la storia è fatta dalle medesime oltre, ad essere incapace di interpretare movimenti sociali come quelli di tipo anarcosindacalista, rischia di travisare gli stessi temi che affronta e, per parlare secondo sue coordinate, offre vigore intellettuale ad una nuova destra.

Nell’attuale fase politica i nemici di Carlo Galli sono sinteticamente (molto sinteticamente, me ne scuso!) due. Il primo, il più pericoloso è ovviamente l’antipolitica, rappresentata ieri da Beppe Grillo ed oggi dagli anarchici, il secondo è la cattiva politica
espressa da quelle elites riluttanti alle quali  ha dedicato la sua ultima opera. Nella costruzione dei suoi nemici egli fiducioso nell’identità esperti – èlites  non si avvede che di fatto si sta riferendo semplicemente a figure manageriali del sistema professionale italiano. Come ricorda Alain Touraine, in sociologia “un’èlite è un gruppo di persone che favorisce e dirige il cambiamento in un determinato paese. L’èlite va però distinta dalla classe dirigente, che invece è quella che strutturalmente domina e governa un sistema politico. (Fabio Gambero, ” Chi si oppone al cambiamento, intervista  ad Alain Touraine, la Repubblica 8 ottobre 2009). Il professore non si è evidentemente reso conto che la politica si è professionalizzata e che il sistema organizzativo della gestione della cosa pubblica attraverso processi di isomorfismo organizzativo  (Meyer, J. e Rowan, B. (1977), Institutional organizations: Formal structures as myth and ceremony, in “American Journal of Sociology”, 83: 340-363) fa  ad assomigliare sempre più tra loro strutture, strategie e processi simili, per cui le tanto deprecate inefficienze dei politici sono da studiare con strumenti un po’ più aggiornati del Leviatano di Hobbes.

Questa sua incondizionata fiducia negli esperti, di cui si sente evidentemente parte, lo porta ad assumere sempre più spesso le difese di quel sistema di dominio che trova proprio nelle figure manageriali dell’innovazione culturale la classe dirigente emergente. Appare così evidente che la posizione che il nostro assume è quella di portavoce di un ideologia tecnocratica inequivocabilmente di destra.  

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