TSUNAMI E TARLI

Commentare e disquisire su questioni riguardanti disastri nucleari in una circostanza in cui si parla, per ora di più di 5.000 morti, 20.000 dispersi e 500.000 senza tetto, mi sembra prima di tutto un comportamento impietoso e poi  una scelta affrettatamente incapace di fare considerazioni radicali. Quando penso a quelle persone che si aggirano disperate lungo strade di città devastate, quando vedo immagini di città rase al suolo e ricoperte d’immense quantità di macerie, penso ai lutti che loro devono affrontare. I lutti che i giapponesi, ed in particolare i bambini di Sendai devono superare sono almeno di due tipi. Al dolore per la perdita degli affetti si affiancherà e crescerà probabilmente la disperazione per la perdita di quelle sicure risposte che avevano trovato belle e pronte nell’ultimo modello  di fuoristrada, nel grattacielo stipato di moderne comodità, nel compiaciuto brivido provocato dalla frenetica vita ipertecnologica. Come ha dovuto giustamente ammettere Massimo Zucchetti ( Insegna “Sicurezza e Analisi di Rischio”, “Protezione dalle Radiazioni”, “Storia dell’energia nucleare” alla Facoltà d’Ingegneria del Politecnico di Torino) quando si fanno ragionamenti probabilistici, spesso ci si fa incantare dalla ridottissima possibilità d’eventi infausti, ma questi purtroppo ogni tanto accadono ed hanno spesso la faccia beffarda come quella di uno stratestato motore diesel (pare che sia uno dei responsabili di questi affanni nucleari) (1). Questo tarlo potrebbe essere più devastante di tutte le scontate risse nucleare si – nucleare no. Questo tarlo potrebbe non rendere semplice ed indiscutibile la decisione di: dove, come, quando quanto e perché riedificare quei “manufatti tecnologici” citati dall’ingegner Zucchetti e che noi possiamo solo immaginare guardando le foto delle città allagate. Questo tarlo potrebbe erodere quelle certezze di una vita tutta dedita alla produzione di cose che un cosiddetto evento naturale ti porta via in pochi attimi. Questo tarlo potrebbe infine rendere inutile quell’energia così necessariamente indispensabile che gli esperti ci dicono deve essere prodotta.  

È ovvio che la rabbia che monta, quando si ascoltano le boriose affermazioni degli apprendisti stregoni di casa nostra (verrebbe voglia di definirli: straccioni, ma i profumati stipendi non lo permettono), tutte farcite di documentatissime prove scientifiche, ci possono spingere in queste polemiche mediatiche, ma l’umana (come l’avrebbe chiamata Enrico Adler) empatia con chi là in oriente e qui, non molto lontano, sta vivendo lutti strazianti ci può e ci deve portare ad una riflessione collettiva sulle scelte per il futuro e sui tanti tarli che sembrano intaccare le certezze di un’epoca ormai alle nostre spalle.           

(1) Intervista di Massimo Zucchetti a Radio3 Scienza del 14/03/2011 a cura di Pietro Greco