CITTADINI VIRTUOSI E NERI SCOREGGIONI

Non si può correttamente considerare come un discorso da parvenu, quello contenuto nell’ultima amaca di Michele Serra (V. La repubblica del 17 maggio 2015 https://triskel182.wordpress.com/2015/05/17/lamaca-del-17052015-michele-serra/ ), poiché è parte di una prassi abbastanza diffusa, anzi direi prevalente, di adesione ai cosiddetti valori dominanti.

pulizie milano

L’elogio, con richiesta di medaglia al valore, per la ripulitura dei muri imbrattati della Milano post manifestazione anti expo, non è l’atto di un nuovo arrivato nella scalata sociale, pronto a mettersi in mostra per ostentare un fortunoso arricchimento (probabilmente il soggetto in questione, pur non rivendicando maggiori emolumenti per se, dall’alto del suo superiore capitale culturale, giudica iniqua la sua remunerazione). Non è neanche la riflessione di un nuovo arrivato mentre si fa carico dei valori d’ordine delle vecchie classi borghesi (rappresentate da quell’odiatissimo Berlusconi e da quei triviali ricconi, pieni di soldi, ma moralmente e culturalmente inferiori rispetto ai suoi pari).

no expo

 

Esso è nello stesso tempo una riconferma della presa di distanza rispetto alla rumorosa scoreggia in pubblico fatta dai black bloc, espressione di gruppi sociali destinati alla sconfitta (con i quali il nostro non pensa di aver a che fare)  e la ripetizione ossessiva del vecchio disegno “sinistrorso”.  In esso sono previsti castigati contestatori criticare provvedimenti o pratiche del ceto politico e gli elzeviristi di professione pontificare giudicando questo o quell’aspetto della questione, il tutto finalizzato alla costituzione di una rappresentazione sociale della realtà capace di rafforzare il capitale simbolico della comunità dei gauchisti nostrani.

L’aspetto tragicomico dell’amaca in questione è che l’invito a prendersi cura gratuitamente delle cose della città in un contesto come quello dei postumi di una manifestazione, oltre a ricordare la cura per l’arredo del G8 di Genova che ossessionava, in quei lontani anni, i pensieri del Cavaliere, non tiene proprio conto di uno dei più comprensibili oggetti di contestazione di quella manifestazione. Il noto elzevirista de La Repubblica non ha minimente riflettuto sul fatto che la rabbia sociale per salari da fame si infiamma in modo esplosivo quando l’invito a prestazioni gratuite si fa sempre più pressante e sta diventando pratica sempre più diffusa ed opportunisticamente programmata. Queste sperticate lodi per il civile comportamento dei cittadini milanesi, contrapposto alla rozza e fracassona asocialità dei neri, trascurando la realtà di super sfruttamento oggi incombente e la protervia di chi non dissimula neanche un po’ le proprie posizioni nelle quali il potere si condisce con privilegi e ruberie più o meno legalizzate, sono senza dubbio parte di un discorso dominante. Questo discorso che pone i riflettori esclusivamente sulle differenze di comportamento agisce come tentativo, neanche tanto dissimulato di naturalizzare la differente “cultura” dei diversi attori e surrettiziamente di glorificare il lavoro “disinteressato” dei buoni cittadini. In questo modo viene definita la correttezza e virtuosità della prassi attesa e sanzionata come deleteria quella antagonista e soprattutto rafforzato il consenso intorno ad una realtà fortemente violenta, classista e dominata da ogni tipo di prevaricazione, ma che è assai prodiga di considerazione per chi, come il nostro amico (si fa per dire), difende con i denti del politicamente corretto il proprio capitale simbolico.

C’E’ ARTE E ARTE

SETTIS, I PASCOLI ED IL BENE COMUNE

 

barberis 1

 

 

C’era da aspettarselo, ora che il tema dei beni comuni si è dovuto misurare con l’agenda politica dettata da chi sa controllare la cosiddetta “opinione pubblica”, il prevedibile rischio di confondere tale questione con quella classica del bene comune si sta manifestando, sia pure in ambienti ed in situazioni molto ristretti. È abbastanza scontato che qui e là, durante la campagna elettorale, ci sia più d’uno che, con fare serioso, affermi che la sua iniziativa e quella del suo gruppo è volta alla tutela del superiore BENE COMUNE. Ci mancherebbe altro, dopo tutto siamo in un regime repubblicano e notoriamente le istituzioni politiche sono investite da questo preminente scopo. A noi il bene, il male ai malfattori direbbeJacques II de Chabannes signore di La Palice.

Cercando di essere il più sintetico possibile, mi avventuro in una discussione su questo tema, poiché lo devo al mio amico Giovanni Gottardo. Questi, alcuni giorni fa ha postato su FB un documento recensione di  Salvatore Settis che mi ha portato asollevare alcuni dubbi su quelle affermazioni, ma, essendo io una pulce rispetto al molosso che devo aggredire, mi sono preso un po’ di tempo prima di completare la mia critica.

Come dice l’autore (d’ora in poi l’a.) della recensione e quindi dello scritto che mi accingo a criticare, il tema dei beni comuni sta godendo, da qualche anno, di un rinnovato interesse. Il premio Nobel per l’economia conferito ad Elinor Ostrom insieme ad Oliver Williamson a seguito degli studi sulla governance e sui limiti delle imprese (il secondo) ed i beni comuni (la prima) ha dato un respiro internazionale e di alto profilo accademico ad alcune lotte che, come quella contro la privatizzazione dell’acqua, hanno squarciato le nebbie di questo lungo periodo di “pace sociale”. Il libro di Paolo Maddalena “Il territorio bene comune degli italiani” (Donzelli) e la recensione di  Salvatore Settis  sono tra gli ultimi esempi di un’attenzione che il mondo accademico dedica a tale tema, pur dovendosi confrontare con una dinamica politica poco propensa ad accettare riflessioni pacate e ben meditate. Il renzismo (uso questa espressione, anche se nonostante la recente vittoria siamo ai primi vagiti di questa nuova epoca) sembra che abbia come connotato principale: l’approssimazione comunicativa, collegata alla velocità decisionale, da mostrare e spettacolarizzare nei confronti di un pubblico sempre più attonito e confuso. Quest’ultima parola mi consente di riportare la barra del discorso sul tema che intendo affrontare e di mettere subito da parte l’obiezione più immediata che si potrebbe lanciare contro lo scritto dell’autorevole recensore: a mio avviso egli non sovrappone i concetti di “beni comuni” e di “bene comune” per una banale confusione legata ad aspetti lessicali, egli lo fa perché convinto che il secondo sia il compimento e la maturazione del primo.

Visto che mi è richiesta, procedo con chiarezza.

Per ribadire che i due termini fanno riferimento a due questioni assai distanti, potrei limitarmi nel citare autori di diversa estrazione come Guido Viale, Giovanna Ricoveri, Carlo Donolo ed Enrico Grazzini. ma vista l’ipotesi esplicativa che ho in serbo, per dar conto di questo apparente equivoco, ritengo utile richiamare brevissimamente i due concetti sottostanti.

  1. I BENI COMUNI o COMMONS (d’ora in poi bc) “sono riemersi dalla notte dei tempi, dopo due – tre secoli di ostracismo praticato dai governi di tutto il mondo per cancellarli, perché considerati un retaggio del passato che ostacola la “modernizzazione” dell’economia e della società.” (http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/07/Approfondimenti.-Elinor-Ostrom-e-i-beni-comuni.pdf).  Sarà per questa troppo recente riscoperta o per altri motivi, ma sembra ancora distante un’unanime definizione su cosa s’intenda per bc e che cosa essi includano. Forzando un po’ le cose potremmo dire che per gli economisti e per Elinor Ostrom, in testa “i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono ad essere non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l’uso da parte di un soggetto impedisce l’uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite (o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie.”. (Grazzini   http://temi.repubblica.it/micromega-online/beni-comuni-e-diritti-di-proprieta-per-una-critica-della-concezione-giuridica/). Al contrario per alcuni giuristi italiani, come Stefano Rodotà, l’autorevole giurista che tra i primi ha introdotto il tema dei bc,  essi, pur rischiando di veder confinato il tema ai soli beni “open -access” [1]ed a quelli di merito [2], fanno riferimento ad un numero consistente, ma limitato di beni. Questi, potenzialmente anche immateriali, ma concretamente fruibili da soggetti individuali e collettivi comportano per lo stato misure di specifica tutela, poiché essendo “quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità… devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future.”. http://www.teatrovalleoccupato.it/il-valore-dei-beni-comuni-di-stefano-rodota  In ogni caso, a conferma della necessità di chiarezza lo stesso Rodotà si schiera contro tendenze pronte a scorgere bc ovunque. «Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorte di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità d’individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità comune di un bene può sprigionare tutta la sua forza» (Rodotà, il manifesto, 12 aprile 2012).  Oltre a questi due autorevoli approcci ne suggerirei un terzo, che, puntando a situare socio – storicamente la questione, riporta l’identificazione degli stessi ai casi concreti ed evita di trascurare l’aspetto culturale e relazionale dei bc stessi, tanto da farli associare a delle relazioni sociali”. Questi “ in questo caso sono socialmente costruiti e non un dato precostituito. Potremmo dire che l’appellativo di comune non è insito alla natura del bene bensì è determinato dai rapporti sociali che lo generano” http://selfcity.tumblr.com/post/11396772658/pratiche-sociali-e-beni-comuni. La questione dei bc in tal caso “si manifesta in forme differenti nei diversi tipi di comunità e le differenti definizioni offerte riflettono le diverse forme sociali in cui s’inquadra il dibattito” (Douglas M. (1994), Credere e pensare, Il Mulino)
  2. IL BENE COMUNE [3](d’ora in poi BC) è tutt’altra cosa: esso “rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza.” http://www.inchiestaonline.it/economia/guido-viale-i-beni-comuni-non-sono-il-bene-comune/. Rappresentando lo spazio sociale come un organo, i sostenitori del BC sostengono che “il fine della società politica, e quindi di chi la governa, deve essere il bene comunehttp://www.redalyc.org/pdf/927/92720204.pdf, anzi “ne è anche il principio costitutivo.”.  (Vittorio Possenti http://www.fidae.it/AreaLibera/AreeTematiche/Progetto%20Culturale/Vittorio%20Possenti,%20La%20questione%20del%20bene%20comune.pdf).                                                                        “La concezione organicistica del mondo consiste nell’immaginare la società sul modello di un corpo vivente, in cui il bene del tutto viene prima di quello delle parti che lo compongono, che non sarebbero neanche concepibili separatamente da questo (come una mano distaccata dal corpo). http://www.treccani.it/enciclopedia/comunitarismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/ Sorvolando sulle origini classiche di tale filosofia, la sua riproposizione viene accolta come antidoto al trionfante neoliberismo, soprattutto alla versione contrattualista.  Alcune di queste tesi, rovesciando il pensiero di Tonnies che vedeva la Società prevalere sulla Comunità propongono il passaggio inverso da una logica meccanicistica, tipica della Società borghese, ad un punto di vista organico caratteristico delle Comunità. Con quest’approccio “la parte (il cittadino) esiste in vista del tutto (lo Stato) ed il tutto in vista delle parti, tale comunità possiede un «bene comune» che rappresenta, contemporaneamente, l’interesse del singolo membro e della comunità nel suo complesso. In secondo luogo, le relazioni tra i membri della comunità sono viste come organiche e, quindi, inscindibili: nel momento in cui si pretenda, con un atto di forza, di spezzare il legame che unisce i membri della comunità, si destina la comunità stessa alla morte.”. ( Adele Patriarchi, http://www.dialetticaefilosofia.it/public/pdf/17annali%202006.pdf). Ovviamente numerose sono le correnti che si rifanno a questo tipo di orientamento e, nonostante le origini conservatrici, oggi molti esponenti della sinistra rielaborano il tema del BC tanto da suggerire interrogativi sulla sua collocazione politica. A questo riguardo è bene precisare che la visione egualitarista della sinistra, nel momento in cui si coniuga con l’accezione organicista assume i caratteri di un atteggiamento paternalistico[4]. So benissimo che parole d’ordine come “partecipazione, condivisione, solidarietà” fanno parte del lessico adoperato da questi esponenti della sinistra, e che tali espressioni collocano il tutto un’ottica democratica, ma la cornice d’azione avviene dando per scontato che il “bene comune è il fondamento e l’unica giustificazione dell’autorità” Vittorio Possenti http://www.fidae.it/AreaLibera/AreeTematiche/Progetto%20Culturale/Vittorio%20Possenti,%20La%20questione%20del%20bene%20comune.pdf). Pertanto “La non-evidenza del bene comune, il fatto che esso sia sempre soggetto ad un velo d’ignoranza sono i motivi che postulano la necessità dell’autorità politica; il suo compito consiste nell’assicurare l’unità di azione del corpo politico, al cui interno generalmenteesistono molteplici opinioni sugli scopi e le azioni da intraprendere. ” (idem)

Chiariti i termini e conseguentemente la distanza tra delle due accezioni dell’espressione “bene comune”, si può ora passare all’analisi del testo di Salvatore Settis. In esso sia con uno sguardo puntuale e sia con una banale analisi complessiva si può riscontrare la sovrapposizione delle due accezioni. Quando l’a. dice “attraverso l’universo dei beni comuni, la nuova dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani: primo passo per intendere come, perché e da chi essi sono calpestati, e per organizzare una riscossa” (Settis, http://temi.repubblica.it/micromega-online/una-repubblica-fondata-sul-bene-comune/) o quando scrive “L’argomentazione sul territorio come bene comune degli italiani, che Maddalena ci offre in questo libro, è un contributo, appassionato e rigoroso, a quella discussione sui beni comuni che va oggi dilagando, ma non sempre con piena consapevolezza delle categorie giuridiche adoperate né del loro spessore storico né, infine, del loro concreto potenziale politico e civile” ( Idem) si riferisce, sia pure con tesi discutibili, alla questione dei commons (bc). Quando invece sostiene “Ma il bene comune è oggi sempre più spesso accantonato come un ferrovecchio, e in nome delle logiche di mercato cresce ogni giorno l’erosione dei diritti, si consolida la struttura autoritaria dei governi, la loro funzione ancillare rispetto ai centri del potere finanziario e bancario, «stanze dei bottoni» totalmente al di fuori di ogni meccanismo democratico di selezione, al riparo da ogni controllo, al di sopra d’ogni regola, di ogni legalità, di ogni sanzione ( Idem)  (o quando ricorda che “il potere di agire contro le istituzioni in nome del bene comune, contro le mutevoli leggi in nome di uno stabile Diritto intessuto di profondi legami sociali e di alti principi etici”, ( Idem) si riferisce a quel BC fondante della “Costituzione della Repubblica. In essa troviamo il coerente manifesto di uno Stato fondato sul bene comune e non sul profitto dei pochi”. ( Idem)

Che Salvatore Settis abbia sposato la causa del BC lo si può veder chiaro leggendo il suo fortunato “S. Settis Azione popolare” (ed. Einaudi, 2012). Per lui “Il bene comune come finalità imprescindibile delle comunità umane è la spina dorsale di una cultura della cittadinanza di cui dobbiamo in ogni modo recuperare la traccia e il bandolo.”. (Idem, pag 57) e visto che, sempre secondo lui lo Stato “È, prima di tutta, una comunitàLo Stato siamo noi: perciò dobbiamo saper imporre a chi ci governa il pieno rispetto della legalità, e dunque anche fermare il saccheggio dei beni comuni e dei beni pubblici, anzi indirizzarne l’uso, secondo Costituzione, sulla loro utilità sociale.”.  (Idem, pag. 113).

Ora se si guarda alle domande interessanti che l’A. si fa quando dice: “Se, al contrario, sapremo affermare la piena continuità fra beni pubblici e beni comuni, allora potremo porre sul tappeto altre e più interessanti domande. Questi beni, in quanto appartenenti alla comunità di cittadini, cioè al popolo, possono rivestire più complesse funzioni, di natura economica ma anche etica e civile, in relazione al pubblico interesse, alla comunità nazionale, alle istituzioni della Repubblica? Possono contribuire a strutturare una cittadinanza consapevole della superiorità del bene comune sugli interessi di ognuno, convinta dei legami e degli obblighi di solidarietà fra cittadini? (Idem, pag 118) si può fare una altrettanto interessante ipotesi sul perché lo stesso abbia sovrapposto le due accezioni del bene comune. Per lui i bc sono solo dei beni che appartengono, unitamente ai beni pubblici, alla comunità dei cittadini, la quale s’identifica con lo stato. Questa entità designata dalle nozioni di: Popolo, Nazione e Patria, e che si esprime attraverso lo stato nazionale, oggi vittima di un logoramento dovuto al convergere della caduta di professionalità del personale politico ed alla cessione di sovranità verso istituzioni locali e sovranazionali e soprattutto verso il mercato globale, trova nel “complesso dei beni pubblici, dei beni comuni e dei beni culturali, paesaggistici e ambientali come beni essenziali all’esercizio dei diritti pubblici (Ivi, pag 138) la garanzia funzionale all’ottenimento del bene comune. In questo modo cade ogni riferimento alle tesi sull’efficacia della capacità autorganizzativa di gruppi sociali rispetto ai commons, proposto dalla Ostrom e viene rafforzata la concezione organicista della realtà sociale, con la conseguente derubricazione dei conflitti ad anomalie connesse a cattive scelte politiche, delle élites dirigenti. I conflitti, in particolare secondo l’ottica del nostro, sono frutto, proprio come per i corpi, di azioni provenienti dall’esterno: dall’economia capitalistica “L’onnipotenza del mercato sottomette lo Stato e ne fa il proprio strumento di dominio, infrangendo l’identità fra Stato e comunità dei cittadini, che sarebbe propria della democrazia.”. (Idem, pag. 120-121)  o dall’impreparazione dei politici nostrani  “A nessun politico, senza eccezioni, interessa il patrimonio artistico” (S. Settis, http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2012/10/114543.html). Per lui la possibilità che questa presunta comunità,  rappresentata dallo stato repubblicano sia, in realtà, un campo dominato da gruppi sociali che hanno costituito e costituiscono il medesimo ed attraverso il monopolio della violenza fisica e di quella simbolica, non è per nulla da prendere in considerazione. Anzi, senza alcuna preoccupazione, egli innalza la bandiera nazionale: “Ma l’orizzonte specificamente nazionale, italiano, è assolutamente essenziale, se professiamo un’etica della legalità. Se crediamo che la Repubblica, e proprio per aver voce nel concerto delle nazioni, debba cominciare col rispettare la propria memoria storica, la propria identità, la propria Carta fondamentale, i propri cittadini. Se, insomma, siamo convinti che l’Italia esista ancora.” (S. Settis, “Azione popolare”, pag 123).  In questo modo egli dimentica ad esempio che in nome della difesa dei supremi interessi nazionali (ed in barba ai beni comuni o collettivi ) abbiamo il Mar Adriatico ed il Tirreno pieni di bombe pericolose (http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/02/adriatico-e-tirreno-due-cimiteri-di.html) e soprattutto trascura il fatto che dietro queste bandiere si stanno nascondendo pericolosi atteggiamenti xenofobi e razzisti e costituendo una cultura più orientata alla dipendenza che alla responsabile cura dei beni comuni. Rilanciare tematiche nazionaliste, identitarie e, per certi versi, populiste è, a mio avviso, un tentativo disperato di rianimare una rappresentazione di uno stato  capace di governare la complessità sociale, rappresentazione che, pur spingendosi oltre la vecchia idea unitaria ripropone la più che matura dottrina di una comunità che si fa soggetto e che agisce su se stessa al fine di dar vita ad una società giusta  “la forza dello Stato comunità, che è una forza che si esprime, sì attraverso Autorità liberamente elette, ma che ha il suo fondamento essenzialmente nel consenso popolare, nel consenso della generalità dei cittadini.” (http://www.amcorteconti.it/maddalena_etica.htm)

 

 

 

 

 

[1] Quelli che:  come il mare aperto, i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria, i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate (catalogo dei beni comuni redatto dalla commissione Rodotà del 2008.

[2] Beni la cui produzione genera sistematicamente esternalità  positive, o ritenute tali dalla collettività e …. il bilanciamento tra sfruttamento di una risorsa naturale a vantaggio dei residenti attuali e conservazione della stessa per le future generazioni http://eprints.biblio.unitn.it/1280/1/WP22_Carlo_Borzaga.pdf),

[3] Per diverse ragioni, principalmente per motivi di chiarezza e di concisione, qui non metto in discussione il concetto di bene comune. Do per scontato che uno strumento come questo, oltre ad essere inutile in un qualsiasi ragionamento, vista la sua arbitrarietà, è assai pericoloso e mi rammenta oggetti come il manganello e l’olio di ricino  indispensabili per la sua difesa.

[4]  Paternalismo. Propensione del settore pubblico ad influenzare i comportamenti dei singoli individui promuovendo scelte migliori di quelle che essi sarebbero in grado di operare autonomamente…La pubblica amministrazione può tuttavia riconoscere l’esistenza di valori da tutelare (come il rispetto per l’ambiente), ovvero affermare la necessità di promuovere comportamenti virtuosi (per es. quelli che preservano l’integrità e la salute) o l’esigenza di proibire comportamenti dannosi (per es. l’utilizzo di sostanze stupefacenti). In tali casi lo Stato, le Regioni o i Comuni possono interferire nelle scelte dei singoli membri della società, limitando di conseguenza la loro sovranità… Il p., come vera e propria scienza volta a orientare le scelte dei cittadini, individuando modalità per sostenere e sollecitare le condotte migliori, è stato oggetto di una pubblicazione di R.H. Thaler e C.R. Sustein (Nudge: improving decisions about health, wealth and happiness, 2009). In essa, gli autori (collaboratori rispettivamente del primo ministro britannico D. Cameron e del presidente degli Stati Uniti B. Obama) hanno sottolineato come la promozione dei comportamenti virtuosi si basi principalmente sulla diffusione della consapevolezza dei singoli nell’effettuare le scelte migliori, generando così nuovi canali di comunicazione fra Stato e cittadini. Questo nuovo orientamento per la promozione delle best practice (➔ migliore pratica, tecnica della) e i nuovi metodi di policy-making degli Stati impongono tuttavia una riflessione sui potenziali risvolti negativi derivanti da un ampio condizionamento delle scelte individuali che travalichi il perseguimento del bene comune. http://www.treccani.it/enciclopedia/paternalismo_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/

 

FREE-LANCE E SPIGOLATRICI DI OLIVE

Le spigolatrici - Jean- Francoise Millet

Le spigolatrici – Jean- Francoise Millet

 La spigolatrice di Sapri

di Luigi Mercantini,

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all’isola di Ponza s’è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
tutti aveano una lagrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
«Siam venuti a morir pel nostro lido».

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udirono a suonar trombe e tamburi;
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaro loro addosso più di mille.

Eran trecento, e non voller fuggire;
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano:
fin che pugnar vid’io per lor pregai;
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Carissimo Mauro,

ti ringrazio per la segnalazione; il video http://www.youtube.com/watch?v=vt84TasNLkYè veramente accattivante, sia nel suo significato derivato e sia in quello primitivo.

Pur provando, come te, fastidio per “l’andazzo…. di non voler pagare chi … svolge un lavoro….” non condivido, come avrai notato, la “situazione” che tu hai aggiunto relativamente alla periodizzazione storica in questi anni ed  agli attributi “giovane” e “intellettuale(creativo o simili)” .

Questo mio disaccordo, parziale, non è ovviamente volto a negare evidenze, ma vuole semplicemente sottolineare che:

  1. Tale andazzo, essendo connesso a relazioni capitalistiche, o per dirla marxianamente a rapporti capitalistici di produzione, riguarda un’ampia area spazio-temporale dei rapporti di lavoro. I nostri antenati, quando vendevano le olive non ricevevano una ricompensa commisurata al “valore” del lavoro in esse contenuto, ma, nelle migliori occasioni, ricavavano di che sopravvivere, per consentire ai mercanti d’olio di garantirsi profitti ogni anno. Questo non vuol dire che le situazioni siano totalmente identiche, so anch’io che oggi ci sono in giro pratiche “disoneste” volte a svalutare il contributo lavorativo, ma se ribadiamo che non  siamo di fronte a fenomeni di “italica arretratezza”, ma più semplicemente ad un sistema capitalistico sempre molto rapace, qualche passo in più, almeno nella comprensione, lo possiamo fare. Marx non aveva previsto tutto questo, ma metterlo in soffitta senza salvare quanto di buono aveva scritto, ci porta a rimanere a bocca aperta e amara.
  2. Come si vede dalla cronaca sociale di questi giorni, a fronte di una vastissima area di giovani disoccupati, sottoccupati ed inattivi, la schiera di persone più anziane che si trova nelle medesime condizioni si sta sempre più ingrossando. Tali fenomeni avvengono, soprattutto in un contesto di globalizzazione che vede legioni di “lavoratori internazionali” spostarsi di terra in terra per offrire le proprie braccia. Queste constatazioni non vogliono negare evidenze empiriche e tanto meno addivenire ad una guerra tra poveri, ma vogliono semplicemente porre l’accento sul fatto che gli steccati generazionali sono più consoni a logiche di “politica sociale” dei governi che a pratiche di lotta di classe. Come hai potuto osservare non c’è programma di partito (a modo loro, lo presentano soprattutto quelli di destra) che non si ponga l’obbiettivo di “attuare programmi d’avvio al lavoro delle giovani generazioni” e non c’è dibattito che non veda accanite discussioni sulla migliore ricetta da applicare. Andando a ritroso nel tempo, queste espressioni, a cicli periodici sono state rilanciate in tutte le campagne elettorali e non hanno fatto altro che contribuire a “celebrare” le più recenti sconfitte del movimento dei lavoratori.
  3. E’ molto difficile sostenere, oggi (qui il situare gli attori è necessario ed è da sottolineare) che il lavoratore intellettuale non riesca ad avere la giusta mercede, basta intendersi sui concetti e su come avviene questa situazione. “L’intellettuale creativo e/o no” che ha costituito il programma con cui ti scrivo e “gli intellettuali creativi e/o no” che ci forniscono strumenti con cui possiamo dialogare a distanza, affiancano gli altri “intellettuali creativi e/o no” che ci sottopongono le loro creazioni, sembra che se la passino egregiamente. Essi non solo sono profumatamente remunerati, ma costituiscono quella famosa e “fumosa” (nel senso che in buona parte se ne stanno tranquillamente nascosti a guardare i nostri osanna) classe dominante che regola gran parte delle sfere della nostra vita. Il termine free-lance (lancia libera, mercenario) è stato impiegato per definire alcune occupazioni che vedevano l’emergere di figure professionali del giornalismo, della moda, della pubblicità o dello spettacolo, senza vincoli di esclusività, ma anche con l’assenza dei diritti sindacali goduti dal resto degli addetti del settore (io sono stato un freelance per molto tempo). Con la crescente precarizzazione delle occupazioni, il numero dei free-lance è cresciuto a dismisura ed ha riguardato nuovi settori; si potrebbe dire che oggi siamo tutti un po’ free-lance se non fosse che non è vero. Sopra alla moltitudine dei free-lance nel giornalismo ci sono un bel numero di specialisti della comunicazione che sanno come farsi remunerare le loro creazioni: nel 2005 Ezio Mauro, Direttore de “La Repubblica” ha percepito un reddito lordo di 463.695 euro, Marco Travaglio 282.280 euro,  Vittorio Feltri 589.726 euro. http://temis.blog.tiscali.it/2008/05/01/ecco_quanto_guadagnano_i_vip_italiani__dalla_a_alla_z__1887983-shtml/) Ammirati ed invidiati da molti free-lance dello spettacolo vi sono indiscussi “professionisti” dello spettacolo che, raccomandando agli altri di fare la gavetta, percepiscono sontuose prebende: il sinistrorso Fabio Fazio per il periodo 2014/2017 percepirà 5,4 milioni di euro lordi, mentre la comica e moralista Luciana Littizzetto nel 2005 ha percepito 1.824.084 euro lordi e Antonella Clerici 1.205.604 euro lordi http://www.asiablog.it/2008/05/07/dichiarazione-dei-redditi-degli-italiani-online-giusto-o-sbagliato/ .

Ora come puoi ben immaginare la cosa non è semplicemente un “andazzo … legato ad un atteggiamento diffuso… pregiudizievole nei confronti dei lavoratori intellettuali (come se quelli che fanno lavori manuali conoscessero solo la fatica di contar soldi). Purtroppo la cosa è collegata all’incapacità degli attori coinvolti in queste pratiche di contestare fattivamente tale sistema di rapporti sociali (io ne so qualcosa) e la denuncia degli autori del video testimonia la debolezza rivendicativa degli stessi. A mio avviso, perciò quei giovani fanno bene a ribellarsi, con l’arma dell’ironia, se il loro intendimento è volto a smascherare i rapporti di dominio sottostanti e se il percorso intrapreso vede in prospettiva la costituzione di un forte movimento di contestazione. So benissimo, per esperienza personale, che tutto ciò è assai difficile tanto più che una buona parte di costoro vive il proprio isolamento più come il portato di una debolezza individuale e personale che come il frutto di una logica individualizzante che nasconde rapporti di potere. So benissimo, per esperienza personale, che parlare di sindacalizzazione in questi contesti si scontra con l’inadeguatezza di ricette tradizionali e con l’ambiguità di forme fortemente corporative che imperversano in quegli ambienti. So benissimo, per una probabile mia esperienza personale, che anche mia figlia si dovrà misurare con tali problematiche senza poter contare sulle mie vittorie rivoluzionarie. Ma so anche che quanto più lei ed i suoi compagni punteranno ad evidenziare specificità e meriti legati alla proprietà del sapere, tanto più facili e sicure saranno le loro sconfitte. Al contrario, quanto più in fretta realizzeranno che anche nella costituzione delle loro competenze è possibile un’azione di decostruzione di logiche di dominio (le lotte contro i baroni universitari sono miseramente naufragate sull’altare della meritocrazia) e che tali conflitti dovranno mettere in discussione la legittimità dell’arbitrio culturale che contribuisce alla riproduzione della struttura della distribuzione del capitale culturale tra le classi e, suo tramite, alla riproduzione dei rapporti di classe esistenti, tanto più facile sarà la realizzazione di una società meno iniqua e meno ingiusta nella remunerazione dei lavori.

INGORGHI E PRESEPI

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8 gennaio 2014

Di ingorghi, per uno che si fa chiamar “gorghi” ce ne sono di diversi tipi: c’è quello stradale, quello venoso, quello istituzionale, quello linfatico e quello intellettuale, ma oggi quello che più  ha interessato gli ambienti politici e della cosiddetta: “opinione pubblica”  è quello umanitario  intorno al capezzale di Pierluigi Bersani. http://www.huffingtonpost.it/cerca?q=ingorgo+umanitario&s_it=aolit-huffpo-htV1

Nelle ore immediatamente successive al ricovero in ospedale dell’ex segretario del PD  i  commentatori politici si sono prodigati, in buona parte ad ingorgare le agenzie d’informazione per tentare di rimarcare una cornice di fair play all’interno dell’ambiente politico – istituzionale. L’azione, che, probabilmente come gran parte delle altre, era tesa a rimanere esclusiva del castello, avrebbe dovuto sondare la disponibilità di gran parte degli attori del sistema, ma posti su diversi fronti (berlusconiani e grillini, per intendersi) ad un minimo di dialogo deontologicamente garbato. La cosa sembrava riuscire, il noto “vafanculista” Grillo, avendo tempestivamente aderito all’iniziativa, aveva scatenato  la pioggia di messaggi di augurio per l’illustre paziente. Sfortunatamente il meccanismo ha trovato un intoppo esterno che ha rischiato di oscurare l’auspicato ingorgo. Alcuni villanzoni, probabilmente parenti di Tommasino Cupiello, quello che non amava il presepe del padre (V. in una delle più divertenti scene http://www.youtube.com/watch?v=Af-u48lEc8w ) hanno cominciato a sfogarsi ed ingorgare il web di insulti

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ed auspici avversi al neo paziente, proprio come il loro illustre predecessore nella succitata scena. Immediata la reazione dei maîtres à penser di casa nostra si è scatenata in un ingorgo di riprovazioni per i discoli iettatori, e proprio come lo zio del bamboccione eduardiano hanno tentato qualche rimedio. Sulla sua quotidiana “amaca” de La Repubblica il noto paladino del ceto medio di sinistra Michele Serra, con un breve articoletto http://www.vip.it/michele-serra-lamaca-del-7-gennaio-2014/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=michele-serra-lamaca-del-7-gennaio-2014 redarguiva i beceri scrivani tacciandoli di incontinenza meteorica ed immancabilmente di allergia alle buone pratiche culturali, ricordandoci che uno come Bourdieu avrebbe fatto una vita grama con questi difensori della concezione carismatica ed elitaria della cultura – fattore di distinzione.

In mattinata l’intera trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” di Radio3 della RAI http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-14d05015-ede3-453b-aa64-f2862404612a.html  è stata dedicata alla scostumatezza del “popolo lasciato libero di pensare e, soprattutto di agire” di fronte ai microfoni e soprattutto attraverso il web.  A prescindere dalle generiche  e scontate conclusioni di una argomentazione che si è scagliata contro: la maleducazione, l’ignoranza e la villania, il dipanarsi dei dialoghi non ha potuto altro che mostrare l’affanno dei protagonisti nei confronti delle pratiche culturali contemporanee. Speriamo che lo sforzo abbia accontentato le intenzioni autoassolutorie ed autoincensatorie di attori sempre più isolati nel sostenere che “è bello o presepe”. Non vorremmo doverlo apprezzare per forza.

Saviano, Mentana, i bulli e Twitter

chi tocca muoreNell’ articolo odierno di Saviano su Repubblica (http://www.repubblica.it/politica/2013/05/11/news/diritto_social_network-58533282/) si assiste ad una nuova puntata della questione “come regolamentare l’attività dei social network”. Casualmente, ma non proprio, nella pagina precedente Giovanni Valentini, con http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/11May2013/11May2013be9e1971f5f5ccec287c3eb344c141f2.pdf  affronta lo stesso tema. Non cito le puntate precedenti perché non sono in grado di rintracciarle tutte, ma sento, a naso, che qualcosa sta bollendo. Se fior fiore di liberal  come costoro stanno parlando di regolamentare internet, la cosa si fa seria. C’è da stare preoccupati!!

La vastità del tema, tuttavia mi suggerisce di limitare quest’intervento ad un particolare risvolto della questione. L’esigenza di regolamentazione di quella realtà, ormai amichevolmente chiamata  “rete”, avvertita da personaggi normalmente rintracciabili su altri mass media è un buon punto d’avvio per un’analisi dello scritto di Saviano. Egli nel suo articolo, citando i linguisti Sapir e Whorf, suggerisce l’ipotesi che poiché  i commenti biliosi degli utenti di Facebook e Twitter portano solo bile e veleno nelle vite di chi scrive e di chi legge, (Saviano, cit) il rischio di un’entropia del linguaggio (idem)contagi anche la comunicazione politica (idem) è assai forte. Per tale motivo egli suggerisce, da buon liberal, non la repressione, ma la marginalizzazione di chi si nutre “come un parassita  –  della fama degli altri” (idem). Senza, probabilmente volere, Saviano, con le ultime parole del suo articolo ci dona la chiave per aprire questa controversia. Io non sono un gran frequentatore di Twitter, e soprattutto mi guardo bene dal favorire ipertrofie egoiche dei personaggi famosi, anche perché l’idea di seguire pensieri sintetici di divi televisivi mi irrita il nervo vago e mi provoca antipatici fastidi. Tuttavia, per quel poco che ho potuto capire,  da alcune mie brevi frequentazioni, quel social media sembra essere particolarmente amato  dalle persone dotate di quell’attributo tanto ambito: la fama. Il direttore del TG La 7  Enrico Mentana nel ribadire, proprio stasera, di aver abbandonato Twitter, ci ha ricordato di avere raggiunto i 350.000 seguaci. Probabilmente, se il fatto non è ancora avvenuto, fra qualche tempo il numero dei followers  costituirà fattore di rilievo per definire curriculum vitae, posizioni remunerative e di carriera nonchè status delle figure professionali più ambite In ogni caso questi fenomeni suggeriscono alcune ipotesi su cui sarebbe opportuno avviare attività di ricerca.

  1. All’interno della vastissima area costituita dai tweetters, ha trovato spazio una più ristretta cerchia di personaggi che, partendo dai tradizionali mass media, è riuscita a rendere più concreta e misurabile la propria popolarità; la cristallizzazione del successo e la popolarità sono oggi più “reali”, paradossalmente proprio grazie all’avvento del regno del virtuale.
  2. Il sistema d’azione che si costituisce all’interno di questo specifico segmento di Twitter, vede la presenza di attori con aspettative e ruoli formali diversi: da una parte c’è l’opinion leader che elargisce pillole di saggezza, dall’altra una massa più o meno cospicua di seguaci abilitati soprattutto a favorire il consenso intorno alle posizioni del loro amato account. Tutto ciò avviene in un ambiente socio-tecnico del tutto nuovo, ma con intenzioni e strategie nate altrove.
  3. Tra gli elementi tecnici alcuni fatti come: la possibilità dell’anonimato, la limitazione del numero delle parole e la destrutturazione del tempo e dello spazio minano le fondamenta della rappresentazione presentata al punto precedente, perciò fatti imprevisti come retweet e post  molesti, magari carichi di insulti e minacce rendono irrespirabile l’aria della rete.
  4. Di fronte a questa realtà Saviano avrebbe avuto l’occasione di rendersi conto che la rappresentazione ideologica della nuova istituzione sociale Tweetter non è in grado di funzionare, egli avrebbe potuto comprendere che la realtà è molto più complessa e che tra i possibili malfattori potrebbe nascondersi un sottoccupato metropolitano che comodamente a casa propria, magari dopo una giornata frustrante sfoga la propria rabbia o una casalinga annoiata, ma incavolata col marito, oppure un professionista tronfio per i propri successi, ma disgustato per le recite in cui è coinvolto. Ma soprattutto avrebbe avuto l’opportunità di verificare la limitatezza dell’ipotesi deterministica di Sapir, ripresa poi da Whorf (che qualcuno ha scambiato per l’ultima scoperta della scienza americana). Il linguaggio in questo contesto è una pratica sociale interpretata da attori che plasticamente rivestono ruoli in situazioni determinate e che si muovonoi in funzione del grado di libertà che le opportunità consentono. Il Tweetter che oggi è praticato esprime opportunità di autocelebrazione per alcuni e sfoghi per altri, il tutto in un gioco delle parti che difficilmente può essere messo in discussione, per questo pensare che quel social network sia cosa nostra è assai velleitario.

 

POVERI DI TUTTO IL MONDO

ALLEGRI IL PD