Le chat e Gustavo Zagrebelsky

Quando un candidato alla Presidenza della Repubblica Italiana, già Presidente della Corte costituzionale, e insigne giurista, come Gustavo Zagrebelsky, si esprime sui giornali, occorre abbeverarsi immediatamente a tale fonte, qualcosa, anche poco, si può capire e trarne giovamento intellettuale.zagrebelsky

Quando pensiamo di non condividere le riflessioni di tali estensori di fulgida sapienza, abbiamo, oggi in questa moltitudine di spazi virtualmente reali e realmente virtuali, la possibilità di esprimerci su di un blog, infilare il nostro messaggio nella bottiglietta elettronica, e gettarlo in quel mare di parole che chiamano internet.

Proprio questo gesto introduce uno dei temi di dissenso nei confronti del citato illustre personaggio.

Il blog  è inserito dal fine giurista in una sempre più vasta compagnia che ha come capofila la chat. Questa unitamente a “twitter, social forum, newsgroup, mailing list, facebook, messaggi immediati d’ogni tipo” (La nostra Repubblica fondata sulla cultura” di Gustavo Zagrebelsky, da La Repubblica del 5 aprile 2013)  appartenendo “al mondo dell’istantaneità” (idem) e quindi della comunicazione, è contrapposta al libro che appartiene “al  mondo della durata” e perciò della “formazione” (idem). La contrapposizione giunge alla fine di un lungo articolo che, in un’ottica struttural – funzionalista, evidenzia il carattere di “garanzia terza” (idem, grassetto mio) che la “cultura” ha nel sistema sociale odierno. Purtroppo anche in questo caso la polisemia del concetto di cultura ha giocato un brutto scherzo al fine giurista. Egli passando indifferentemente da un’accezione antropologica ad una elitaristica del termine cultura, ora si rifà al sistema di valori, norme, ruoli idee che le persone apprendono ed interiorizzano nelle fasi di socializzazione per attribuire senso alla loro azione, e ora si preoccupa delle prerogative delle opere artistiche e dell’intelletto umano. Questa incertezza concettuale, condita con la conseguente reificazione del concetto stesso lo porta a guardare con un malcelato fastidio le pratiche sociali oggi imperversanti, posizionando il proprio giudizio di valore in prospettiva giocoforza passatista ed elitarista. Gli strumenti che vengono derubricati a mezzi di comunicazione, sono proprio l’espressione di quella potenza produttiva che fa dire al nostro “questa garanzia era riposta nella religione; oggi, nell’età della secolarizzazione, non può che essere la cultura.” (idem) e che rappresenta, nell’incipiente epoca di globalizzazione, la principale posta in gioco contesa tra nuovi attori sociali, in via di costituzione. In questo contesto sono del tutto fuorvianti affermazioni del tipo: “A distanza d’anni, quando s’è persa la nozione dell’interesse originario, anche le opere di pubblicità possono depurarsi dal loro aspetto strumentale ed essere rivalutate e apprezzate nel loro valore artistico” (idem). Il fine della purificazione, che per il nostro autore è lotta contro possibili corruzioni, connesse ad utilizzi strumentali in sfere diverse, ci rammenta, dopo secoli dall’avvento del pensiero moderno, che il mito feticistico dei fatti e delle cose stenta a morire. Attribuire valore artistico ad opere depurate dal proprio contesto implica l’adozione di un’ottica tutta cristallizzante dell’azione umana. Pur non essendo qui rilevante se sia arte l’Eneide “per la parte che l’artista riserva alla sua libera creazione” (idem) o perché letta con la consapevolezza della necessità da parte di uomini di quel tempo di glorificare un impero nascente, il fatto che si continui a gettare luce sulla parte materiale, granitica e, soprattutto individualizzante dell’opera suggerisce che le distanze dalla cognizione della fase storica che stiamo vivendo sono assai considerevoli. La circostanza che la realtà smentisca i vincoli sistemici rappresentati in affermazioni come le seguenti: Ciò che è giusto in una sfera, può diventare corruzione delle altre sfere. Così, l’affermazione nella sfera dell’economia non deve essere usata strumentalmente per affermarsi nel campo della politica o in quello della cultura; l’affermazione nella sfera politica non deve essere il ponte per conquistare posizioni di potere nella sfera economica o in quella culturale; l’attività nella sfera culturale non deve corrompersi cercando approvazione e consenso, in vista di candidature, carriere e benefici che possono provenire dalla politica o dall’economia”, testimonia che il paradigma di riferimento del signor Zagrebelsky imperniato in sfere d’azione sociale distinte e separate non è in grado di dar conto della realtà. L’idea di risolvere con simili perorazioni problemi, come quello del dominio nelle relazioni sociali connesse con l’innovazione tecnologico-culturale e con l’affermazione di una società post- industriale, ha la stessa forza di quelle, tante volte annunciate, leggi contro i conflitti d’interessi; non si fa in tempo a vararne una che ne scoppiano centinaia di nuove. Davanti ai ripetuti successi elettorali di Berlusconi, che li trasforma in affermazioni personali in campo economico, ma anche in quello politico e culturale, se uno strumento intellettuale non riesce a cogliere il carattere di dominio, che lega gli attori più o meno attivi del sistema della comunicazione di massa e di questi con le altre sfere sociali, è un’arma spuntata, anzi deleteria. Davanti ai giri di valzer di giudici che girovagano da una carica professionale ad una elettiva, per poi, magari  assumere ruoli di dirigenza d’impresa, se ci si limita a idealizzare purezze ed a praticare cariche ben remunerate, l’azione d’opacizzazione di prassi dominanti è l’unico risultato di tali argomentazioni. Davanti a carriere fulminanti che vedono il passaggio da azioni anche contestatrici, a ruoli prima tipicamente intellettuali, poi parlamentari ed infine manageriali, con abiura di passate convinzioni, se si continua a guardare ai prodotti depurati dai contesti in cui sono situati, lo sguardo potrebbe essere viziato da ideologie prostrate nei confronti delle classi dominanti.

Considerando, in conclusione, il fatto che uno dei più lucidi personaggi del pensiero politico italiano non riesca ad andare oltre riflessioni di questo tipo, la tesi che l’attuale sistema politico sia sempre più rigidamente autopoietico ed autoreferenziale, alla Luhmann per intendersi, e che quindi il cambiamento passi per una messa in discussione radicale del sistema stesso è oggi quantomeno poco azzardata.

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