Saviano, Mentana, i bulli e Twitter

chi tocca muoreNell’ articolo odierno di Saviano su Repubblica (http://www.repubblica.it/politica/2013/05/11/news/diritto_social_network-58533282/) si assiste ad una nuova puntata della questione “come regolamentare l’attività dei social network”. Casualmente, ma non proprio, nella pagina precedente Giovanni Valentini, con http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/11May2013/11May2013be9e1971f5f5ccec287c3eb344c141f2.pdf  affronta lo stesso tema. Non cito le puntate precedenti perché non sono in grado di rintracciarle tutte, ma sento, a naso, che qualcosa sta bollendo. Se fior fiore di liberal  come costoro stanno parlando di regolamentare internet, la cosa si fa seria. C’è da stare preoccupati!!

La vastità del tema, tuttavia mi suggerisce di limitare quest’intervento ad un particolare risvolto della questione. L’esigenza di regolamentazione di quella realtà, ormai amichevolmente chiamata  “rete”, avvertita da personaggi normalmente rintracciabili su altri mass media è un buon punto d’avvio per un’analisi dello scritto di Saviano. Egli nel suo articolo, citando i linguisti Sapir e Whorf, suggerisce l’ipotesi che poiché  i commenti biliosi degli utenti di Facebook e Twitter portano solo bile e veleno nelle vite di chi scrive e di chi legge, (Saviano, cit) il rischio di un’entropia del linguaggio (idem)contagi anche la comunicazione politica (idem) è assai forte. Per tale motivo egli suggerisce, da buon liberal, non la repressione, ma la marginalizzazione di chi si nutre “come un parassita  –  della fama degli altri” (idem). Senza, probabilmente volere, Saviano, con le ultime parole del suo articolo ci dona la chiave per aprire questa controversia. Io non sono un gran frequentatore di Twitter, e soprattutto mi guardo bene dal favorire ipertrofie egoiche dei personaggi famosi, anche perché l’idea di seguire pensieri sintetici di divi televisivi mi irrita il nervo vago e mi provoca antipatici fastidi. Tuttavia, per quel poco che ho potuto capire,  da alcune mie brevi frequentazioni, quel social media sembra essere particolarmente amato  dalle persone dotate di quell’attributo tanto ambito: la fama. Il direttore del TG La 7  Enrico Mentana nel ribadire, proprio stasera, di aver abbandonato Twitter, ci ha ricordato di avere raggiunto i 350.000 seguaci. Probabilmente, se il fatto non è ancora avvenuto, fra qualche tempo il numero dei followers  costituirà fattore di rilievo per definire curriculum vitae, posizioni remunerative e di carriera nonchè status delle figure professionali più ambite In ogni caso questi fenomeni suggeriscono alcune ipotesi su cui sarebbe opportuno avviare attività di ricerca.

  1. All’interno della vastissima area costituita dai tweetters, ha trovato spazio una più ristretta cerchia di personaggi che, partendo dai tradizionali mass media, è riuscita a rendere più concreta e misurabile la propria popolarità; la cristallizzazione del successo e la popolarità sono oggi più “reali”, paradossalmente proprio grazie all’avvento del regno del virtuale.
  2. Il sistema d’azione che si costituisce all’interno di questo specifico segmento di Twitter, vede la presenza di attori con aspettative e ruoli formali diversi: da una parte c’è l’opinion leader che elargisce pillole di saggezza, dall’altra una massa più o meno cospicua di seguaci abilitati soprattutto a favorire il consenso intorno alle posizioni del loro amato account. Tutto ciò avviene in un ambiente socio-tecnico del tutto nuovo, ma con intenzioni e strategie nate altrove.
  3. Tra gli elementi tecnici alcuni fatti come: la possibilità dell’anonimato, la limitazione del numero delle parole e la destrutturazione del tempo e dello spazio minano le fondamenta della rappresentazione presentata al punto precedente, perciò fatti imprevisti come retweet e post  molesti, magari carichi di insulti e minacce rendono irrespirabile l’aria della rete.
  4. Di fronte a questa realtà Saviano avrebbe avuto l’occasione di rendersi conto che la rappresentazione ideologica della nuova istituzione sociale Tweetter non è in grado di funzionare, egli avrebbe potuto comprendere che la realtà è molto più complessa e che tra i possibili malfattori potrebbe nascondersi un sottoccupato metropolitano che comodamente a casa propria, magari dopo una giornata frustrante sfoga la propria rabbia o una casalinga annoiata, ma incavolata col marito, oppure un professionista tronfio per i propri successi, ma disgustato per le recite in cui è coinvolto. Ma soprattutto avrebbe avuto l’opportunità di verificare la limitatezza dell’ipotesi deterministica di Sapir, ripresa poi da Whorf (che qualcuno ha scambiato per l’ultima scoperta della scienza americana). Il linguaggio in questo contesto è una pratica sociale interpretata da attori che plasticamente rivestono ruoli in situazioni determinate e che si muovonoi in funzione del grado di libertà che le opportunità consentono. Il Tweetter che oggi è praticato esprime opportunità di autocelebrazione per alcuni e sfoghi per altri, il tutto in un gioco delle parti che difficilmente può essere messo in discussione, per questo pensare che quel social network sia cosa nostra è assai velleitario.

 

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Le chat e Gustavo Zagrebelsky

Quando un candidato alla Presidenza della Repubblica Italiana, già Presidente della Corte costituzionale, e insigne giurista, come Gustavo Zagrebelsky, si esprime sui giornali, occorre abbeverarsi immediatamente a tale fonte, qualcosa, anche poco, si può capire e trarne giovamento intellettuale.zagrebelsky

Quando pensiamo di non condividere le riflessioni di tali estensori di fulgida sapienza, abbiamo, oggi in questa moltitudine di spazi virtualmente reali e realmente virtuali, la possibilità di esprimerci su di un blog, infilare il nostro messaggio nella bottiglietta elettronica, e gettarlo in quel mare di parole che chiamano internet.

Proprio questo gesto introduce uno dei temi di dissenso nei confronti del citato illustre personaggio.

Il blog  è inserito dal fine giurista in una sempre più vasta compagnia che ha come capofila la chat. Questa unitamente a “twitter, social forum, newsgroup, mailing list, facebook, messaggi immediati d’ogni tipo” (La nostra Repubblica fondata sulla cultura” di Gustavo Zagrebelsky, da La Repubblica del 5 aprile 2013)  appartenendo “al mondo dell’istantaneità” (idem) e quindi della comunicazione, è contrapposta al libro che appartiene “al  mondo della durata” e perciò della “formazione” (idem). La contrapposizione giunge alla fine di un lungo articolo che, in un’ottica struttural – funzionalista, evidenzia il carattere di “garanzia terza” (idem, grassetto mio) che la “cultura” ha nel sistema sociale odierno. Purtroppo anche in questo caso la polisemia del concetto di cultura ha giocato un brutto scherzo al fine giurista. Egli passando indifferentemente da un’accezione antropologica ad una elitaristica del termine cultura, ora si rifà al sistema di valori, norme, ruoli idee che le persone apprendono ed interiorizzano nelle fasi di socializzazione per attribuire senso alla loro azione, e ora si preoccupa delle prerogative delle opere artistiche e dell’intelletto umano. Questa incertezza concettuale, condita con la conseguente reificazione del concetto stesso lo porta a guardare con un malcelato fastidio le pratiche sociali oggi imperversanti, posizionando il proprio giudizio di valore in prospettiva giocoforza passatista ed elitarista. Gli strumenti che vengono derubricati a mezzi di comunicazione, sono proprio l’espressione di quella potenza produttiva che fa dire al nostro “questa garanzia era riposta nella religione; oggi, nell’età della secolarizzazione, non può che essere la cultura.” (idem) e che rappresenta, nell’incipiente epoca di globalizzazione, la principale posta in gioco contesa tra nuovi attori sociali, in via di costituzione. In questo contesto sono del tutto fuorvianti affermazioni del tipo: “A distanza d’anni, quando s’è persa la nozione dell’interesse originario, anche le opere di pubblicità possono depurarsi dal loro aspetto strumentale ed essere rivalutate e apprezzate nel loro valore artistico” (idem). Il fine della purificazione, che per il nostro autore è lotta contro possibili corruzioni, connesse ad utilizzi strumentali in sfere diverse, ci rammenta, dopo secoli dall’avvento del pensiero moderno, che il mito feticistico dei fatti e delle cose stenta a morire. Attribuire valore artistico ad opere depurate dal proprio contesto implica l’adozione di un’ottica tutta cristallizzante dell’azione umana. Pur non essendo qui rilevante se sia arte l’Eneide “per la parte che l’artista riserva alla sua libera creazione” (idem) o perché letta con la consapevolezza della necessità da parte di uomini di quel tempo di glorificare un impero nascente, il fatto che si continui a gettare luce sulla parte materiale, granitica e, soprattutto individualizzante dell’opera suggerisce che le distanze dalla cognizione della fase storica che stiamo vivendo sono assai considerevoli. La circostanza che la realtà smentisca i vincoli sistemici rappresentati in affermazioni come le seguenti: Ciò che è giusto in una sfera, può diventare corruzione delle altre sfere. Così, l’affermazione nella sfera dell’economia non deve essere usata strumentalmente per affermarsi nel campo della politica o in quello della cultura; l’affermazione nella sfera politica non deve essere il ponte per conquistare posizioni di potere nella sfera economica o in quella culturale; l’attività nella sfera culturale non deve corrompersi cercando approvazione e consenso, in vista di candidature, carriere e benefici che possono provenire dalla politica o dall’economia”, testimonia che il paradigma di riferimento del signor Zagrebelsky imperniato in sfere d’azione sociale distinte e separate non è in grado di dar conto della realtà. L’idea di risolvere con simili perorazioni problemi, come quello del dominio nelle relazioni sociali connesse con l’innovazione tecnologico-culturale e con l’affermazione di una società post- industriale, ha la stessa forza di quelle, tante volte annunciate, leggi contro i conflitti d’interessi; non si fa in tempo a vararne una che ne scoppiano centinaia di nuove. Davanti ai ripetuti successi elettorali di Berlusconi, che li trasforma in affermazioni personali in campo economico, ma anche in quello politico e culturale, se uno strumento intellettuale non riesce a cogliere il carattere di dominio, che lega gli attori più o meno attivi del sistema della comunicazione di massa e di questi con le altre sfere sociali, è un’arma spuntata, anzi deleteria. Davanti ai giri di valzer di giudici che girovagano da una carica professionale ad una elettiva, per poi, magari  assumere ruoli di dirigenza d’impresa, se ci si limita a idealizzare purezze ed a praticare cariche ben remunerate, l’azione d’opacizzazione di prassi dominanti è l’unico risultato di tali argomentazioni. Davanti a carriere fulminanti che vedono il passaggio da azioni anche contestatrici, a ruoli prima tipicamente intellettuali, poi parlamentari ed infine manageriali, con abiura di passate convinzioni, se si continua a guardare ai prodotti depurati dai contesti in cui sono situati, lo sguardo potrebbe essere viziato da ideologie prostrate nei confronti delle classi dominanti.

Considerando, in conclusione, il fatto che uno dei più lucidi personaggi del pensiero politico italiano non riesca ad andare oltre riflessioni di questo tipo, la tesi che l’attuale sistema politico sia sempre più rigidamente autopoietico ed autoreferenziale, alla Luhmann per intendersi, e che quindi il cambiamento passi per una messa in discussione radicale del sistema stesso è oggi quantomeno poco azzardata.