LA COSTITUZIONE DI CUCCHI

Anche oggi, sabato 8 giugno di questo incertissimo (almeno meteorologicamente parlando) 2013 il sabato lo passo tra centri commerciali e vie di una città sempre più triste e, come mi capita spesso, gli occhi si abbandonano stancamente su particolari che, pur non immediatamente, mi rivelano (o riportano o rievocano) qualcosa su cui sto riflettendo. La bambina non doveva avere più di cinque anni e i suoi gesti teneramente goffi nel voler addentare una baguette alta quasi quanto lei non mi consentivano di focalizzare immediatamente la sua “stranezza”, la sua, per me, inedita singolarità. Il considerevole ritardo con cui ci eravamo mossi fino dal mattino ci aveva portato al supermercato in un’ora in cui la folla era quanto mai fitta e chiassosa, perciò la prontezza di osservazione, assai ridotta, a causa di quella consueta stanchezza che cominciava a farsi sentire e la particolarità del luogo: uno di quei larghi corridoi di transito tra il market ed altri spazi commerciali, non mi avevano permesso di realizzare che la graziosa bimba biondiccia aveva chiari tratti del viso orientali. Il caloroso gesto della mamma, una minuta, ma elegante signora dal chiaro aspetto levantino, nell’accarezzare la folta testolina della bimba, mi ha immediatamente riportato all’articolo di Ulrich Beck “Siamo tutti cosmopoliti” (http://www.partitodemocratico.it/doc/255483/siamo-tutti-cosmopoliti.htm ) dove nel denunciare le enormi disparità di condizioni economiche, il sociologo tedesco ci ha presentato “il “cittadino biopolitico del mondo” – un corpo maschile bianco, magro o grasso, a Hong Kong o a Manhattan, provvisto di un rene indiano o di un occhio musulmano” (idem). E’ abbastanza ovvio che il collegamento tra i due fatti è avvenuto solo nella mia volontà di ricercare provocazioni per non farmi coinvolgere completamente in prassi la cui standardizzazione permette ad una non tanto lontana discendente di un’abitante di una noka (tipica casa dei contadini giapponesi) muoversi tra basilico ligure e  corn flakes originati in ambienti della “Chiesa cristiana avventista del settimo giorno”. Benché non ci sia nulla di straordinario nell’immaginare una bambina frutto di una spontanea ibridazione tra un corpulento e biondo tedesco e una giovane figlia del sol levante, il fatto che la medesima possa mostrare trionfalmente abbondanti riccioli d’oro non può che portare il pensiero ad interrogarsi sulle dinamiche dell’incombente globalizzazione. Questa è sicuramente qualcosa di più di un semplice infrangimento dei confini territoriali, essa mostra di coinvolgere le più disparate sfere di vita, tanto da mettere in discussione, soprattutto con questa crisi economica, certezze fino ad oggi date per acquisite. Il caso della bambina del supermercato, benché debolmente anomalo, visto il gigantesco numero di meticci in circolazione sulle nostre strade, suggerisce ovviamente stravolgimenti nelle sfere della vita quotidiana, ma anche, col sempre più evidente superamento di steccati nazionalistici, trasformazioni di quei piani che Touraine attribuirebbe al sistema d’azione storica ed ai suoi rapporti col sistema politico. Secondo alcuni, il binomio Rodotà – Zagrebelsky ad esempio, l’attuale tentativo di revisione costituzionale non è altro che un tentativo di stravolgimento dei principi democratici su cui la stessa è basata, per cui se il primo parla di uno strappo (http://www.libertaegiustizia.it/2013/06/07/uno-strappo-alla-carta/ ) il secondo (http://www.iniziativalaica.it/?p=15916 ) vede dietro le prospettive presidenzialistiche, minacce demagogiche e magari qualcosa di più. I due autorevoli giuristi capiscono che, in una situazione nella quale il sistema politico mostra tutta la sua incapacità di offrire risposte convincenti ai problemi sempre più angosciosi vissuti da gran parte dei cittadini italiani e dei loro omologhi europei, le minacce per una svolta autoritaria più o meno velata sono plausibili. Essi, in particolare, leggono nella soluzione presidenzialista un tentativo di avviare una lunga e pericolosa fase di degenerazione oligarchica e populistica dell’architettura dello stato. “il presidenzialismo può funzionare se il tasso di corruzione è nei limiti della fisiologia; altrimenti diventa il volano della corruzione” (Zagrebelsky, cit.). In particolare Rodotà vede una profonda contraddizione tra quest’iniziativa e le esigenze di quel modello di democrazia partecipativa. “Proprio nel momento in cui la necessità di questo modello si manifesta prepotentemente per le richieste dei cittadini e il mutamento continuo dello scenario tecnologico, finisce con l’apparire una pulsione suicida, l’allontanarsi da esso, con evidenti effetti di delegittimazione ulteriore delle istituzioni e di conflitti che tutto ciò comporterebbe.” (Rodotà, cit.). Di fronte a queste preoccupazioni, più che autorevolmente espresse, appare ovvio prestare la massima attenzione a quanto sta accadendo, soprattutto se si prende in considerazione quanto è già avvenuto e avviene in Grecia e di quello che è successo in Turchia ed in Egitto, tuttavia non mi sento di condividere, soprattutto i termini delle preoccupazioni sopra esposte. Per chiarire questa affermazione mi avvalgo di spunti di diverso carattere.

1)      La globalizzazione e la mondializzazione, nonché le ibridazioni delle sfere di vita quotidiana rammentate dalla ragazzina del market e dall’articolo di Beck, a prescindere dal significato che viene loro attribuito, ci ricordano che le ottiche nazionalistiche con le quali si  discutono questioni di democrazia sono quantomeno da ridiscutere. Anche in considerazione di quel che sta affiorando a proposito delle operazioni di spionaggio internazionale si vede che continuare a discutere della bontà, attualità e applicabilità della Costituzione della Repubblica Italiana, oltre che attività speciosa[1], sembra più un modo per irreggimentare il dibattito all’interno di schemi che abbondantemente danno segno di inadeguatezza e che, nella migliore delle ipotesi (non la mia), erano strettamente correlate ad una prospettiva socialdemocratica oggi fuori questione. Vista la vastità dell’argomento, mi limito qui ad alcune riflessioni, per me qualificanti:

  1. Una prassi, che faccia della difesa ad oltranza di istituzioni democratiche intese come sostanze, comporta un rafforzamento di  identità nazionalistiche o, nella versione cosmopolitica, “occidentalistiche” che si risolvono spesso in vuote retoriche o peggio, nella legittimazione ideologica di brutali processi di imperialismo economico e di assimilazione culturale di chi dall’interno o dall’esterno non si vuole assoggettare a tali sostanze.
  2. Non occorre essere un professionista della politica per osservare che la competenza più importante richiesta al presidente del consiglio in questi ultimi anni è l’autorevolezza nelle relazioni internazionali, soprattutto sul piano europeo. Egli si presenta, infatti, almeno sul piano dei rapporti formali, come protagonista di una fondamentale azione di mediazione tra le istanze dell’economia locale e le politiche di bilancio sempre più saldamente controllate da organizzazioni sovranazionali. Anche chi adotta un approccio che vede la politica come rappresentanza di interessi, deve quindi riconoscere che la ridondanza dei piani decisionali, più che essere espressione di una incapacità organizzativa degli italiani è legata alla mancata soluzione della controversia governo nazionale – governo planetario o sovranazionale.
  3. Per chi come il sottoscritto  non si accontenta di paradigmi politicisti, considerazioni su: mercificazione (e non liberalizzazione) degli spazi pubblici e lo sviluppi del sistema professionale riguardante alla “cosa pubblica” (non identificabile con la classe dirigente) portano a pensare che questioni come la difesa di istituzioni democratiche, oltre che perdenti, di fatto non fanno che rafforzare e riprodurre il sistema.
    1.                                                   i.      La recente riscoperta dei cosiddetti “commons”, operata da ampi settori della sinistra, cui i due nostri giuristi fanno riferimento, e la riproposizione di controversie come quella tra statalismo e liberismo ha rilanciato interrogativi relativi ai confini tra sfera privata e sfera pubblica, spesso connessi e sovrapposti a quelli inerenti alla differenza tra destra e sinistra. uste QQTali tematiche vengono spesso affrontate seguendo un modello volto più ad affermare identità collettive che per offrire opportunità per strategie di cambiamento. I recenti risultati del movimento per l’acqua pubblica testimoniano che schemi come quelli proposti sono assai vetusti e poco idonei a produrre movimenti antagonisti. Continuare a dare per scontata la “pubblicità” di aziende municipalizzate, trascurando l’uso mercificato che il sistema politico fa delle medesime, non permette di produrre sedimenti innovativi e, viste le fortune dell’esperienza del partito di Ingroia, neanche soddisfacenti risultati elettorali.  Lo stesso sterile dibattito “stato” contro “mercato”, non lasciando alternative pone le due istanze in condizione di far ricercare ai decisori soluzioni intermedie, sempre più difficili da essere controllabili dai cittadini – utenti. Basta aver un figlio frequentante la “scuola pubblica italiana” per rendersi conto della penosa ricerca di ideologiche difese di forme “pubblicistiche” nella realizzazione di pratiche smaccatamente commerciali (i corsi per equivoche patenti europee per citare un caso concreto).
    2.                                                 ii.      Per non dilungarmi troppo nell’affrontare un tema così vasto come quello del ruolo del sistema dei partiti e di quel vasto e sempre più complesso insieme di attori che si preoccupano della cosa pubblica, mi limito a riferirmi a quei gustosi (o fastidiosi) siparietti che alcuni tg hanno attuato dopo i risultati delle recenti elezioni politiche, soprattutto nei confronti del cosiddetto “fenomeno dei grillini”.  L’evidente imbarazzo con cui giornalisti ed esponenti dei partiti tradizionali hanno affrontato la cosa, testimonia che un’ottica iper – parlamentarista portata avanti, in modo ambiguo, dai grillini stessi, soprattutto in merito al dilemma competenzarappresentanza, non è nell’agenda di un apparato che, ad essere brevi, non sembra occuparsi d’altro che puntare alla propria perpetuazione.

2)     La questione Cucchi. Qualche giorno prima della sentenza di assoluzione dei poliziotti accusati di aver pestato il giovane, io non capivo i motivi di tanta attesa per una soluzione che a mio avviso era scontata. Nei giorni successivi alla morte del giovane, avevo visto in più occasioni la sorella di Cucchi perorare la causa del fratello e avevo potuto costatare, con una certa sorpresa, il suo successo nel creare una discreta mobilitazione a proprio favore, ma ricordando altri episodi del passato (Franco Serrantini, un ricordo di un tempo non troppo lontano, 1972) e soprattutto la casuale lettura di uno studio di Charles Goodwin sugli eventi relativo a Rodney King, le mie perplessità erano assai forti e giustificate. La vicenda statunitense, che ha visto un giovane tassista afroamericano  linciato da una squadra di poliziotti e filmato da uno spettatore occasionale, per alcune caratteristiche offre, infatti, spunti di riflessione sulla questione del ragazzo romano e per la questione democratica. Pur prescindendo da alcuni aspetti macrosociali immediatamente evidenti (la condizione socialmente “marginale” delle due vittime ed una “opinione pubblica” sempre ben disposta nei confronti dei tutori dell’ordine), le considerazioni che possono scaturire da un esame micro sociale, come quello offerto dal sociologo statunitense, ci portano ad osservare che le ricostruzioni di eventi apparentemente scontati ed autoevidenti come il filmato americano e le foto del volto tumefatto di Cucchi mostrate in contesti specifici vengono plasmate e giudicate in modo differente da quanto si potrebbe dare per scontato. In tutti e due processi di primo grado i poliziotti vengono assolti (nel secondo grado in america vengono condannati) perché le immagini non riescono a far parlare le vittime: queste vengono viste come oggetti sui quali occorre intervenire mediante comunità di pratiche (i poliziotti) detentrici della conoscenza su come trattare i soggetti fuorilegge. Viene così a prevalere una “cornice” interpretativa dei fatti che solo esperti “dell’ordine pubblico” controllano e che quindi affermano come verità giudiziaria. Questa cornice interpretativa, in condizioni normali è, di fatto, l’unica plausibile poiché sostenuta dalla sola comunità di pratiche capace di far emergere le proprie percezioni, chi mai potrebbe rappresentare le percezioni di un sospettato “negro” o peggio di un “tossico di merda”? Naturalmente i fatti successivi al primo processo americano, una rivolta di gruppi di afroamericani per le vie di Los Angeles e di altre città, puntualmente riprese dai mass media del paese, mostrano che in contesti in cui altri protagonisti intervengono pesantemente, la verità assume altri connotati. Noi non conosciamo le sorti del secondo processo per l’affare Cucchi, ma possiamo immaginare che la possibilità di cambiare la sentenza dipenderà principalmente dalla capacità dei familiari di trovare appoggi presso l’unico attore capace di far rivivere il giovane romano: il sistema dei mass media. Questo nel momento in cui riuscirà a far parlare le immagini, mediante pratiche discorsive (la codificazione, la messa in evidenza la realizzazione e lo sviluppo di rappresentazioni materiali) farà valere le proprie  visioni professionali, vale a dire modi socialmente organizzati di vedere e comprendere gli eventi che rispondono agli specifici intendimenti  di un particolare gruppo sociale.  Questa eventualità, riscontrata nel caso statunitense, fa però emergere alcuni interrogativi:

  1.  la possibilità che i due giovani si fossero potuti esprimere direttamente ( oppure tramite le proprie immagini, le proprie resistenze ed il dolore non spettacolarizzato dei familiari, per quanto riguarda Cucchi), anziché attraverso i “deputati sistemi esperti della comunicazione” sarebbe inquadrabile come pratica populista? Secondo il Zagrebelsky, che sostiene, a proposito di internet: «A leggere certi blog, è uno strumento per scambiarsi insulti. La discussione non è questa, è dialogo, scambio di logos, di buone ragioni. La rete può far emergere bisogni, che però hanno bisogno di sintesi. E solo una struttura di persone responsabili di fronte a militanti ed elettori la può fare (corsivo mio)» (Zagrebelsky, cit) sembra proprio di sì.
  2. Il fatto che in un paese “di ampia e comprovata tradizione democratica” come quella statunitense, gli esperti ed il loro sapere portati in giudizio siano membri della polizia, è configurabile come “conflitto d’interessi”, piccolo rispetto a quello berlusconiano, ma determinante in quella situazione?
  3. La commistione di vecchio ( l’arroganza con cui chi, trincerandosi dietro il paravento della legittimità del monopolio della violenza) e di nuovo (l’influenza sempre più determinante di attori “tecnoscientificamente” attrezzati e depositari di un sapere in grado di “costituire la realtà”) quali strategie d’azione consentono a poveri cristi per far valere le proprie istanze?

3)     La deriva populista, demagogica ed infine oligarchica sono le preoccupazioni dei due giuristi che con rimarchevole ostinazione si muovono nella difesa di istituzioni democratiche, messe a rischio da iniziative revisioniste. Essi, sottolineando una loro visione razionalista dei sistemi organizzativi, molto attenta quindi ad evitare derive oligarchiche e burocratiche, rischiano di non cogliere le dinamiche sociali connesse a quanto sta avvenendo. Per Rodotà – Zagrebelsky il problema è uno solo: la società corrotta, dedita all’illegalità e attraversata da un conflitto d’interesse gigantesco, ed unica è la soluzione: attraverso la manutenzione di norme che garantiscano l’appropriatezza del modello organizzativo e che, magari, consentano una maggiore partecipazione democratica dei cittadini, si possono valorizzare “ tutti gli strumenti della democrazia partecipativa già presenti nella Costituzione”( Rodotà, cit.). Tale approccio, a mio avviso non tiene conto del rilievo del potere reale connesso al controllo dei saperi – saperi costituenti relazioni sociali e costituiti da relazioni di dominio,  saperi che, ben lontani dall’essere a disposizione di una libera disposizione individuale e collettiva, a guisa dei cosiddetti commons, hanno costituito relazioni sociali quali ad esempio quelle che legano i cittadini ( non tutti ) al sistema politico, e che attraverso pressioni istituzionali condizionano la scelta delle forme e dei modelli organizzativi. La sempre più pressante affermazione di valori quali il merito e la competenza, ad esempio, al di là delle intenzioni dei proponenti, è decisamente in linea con quel processo di professionalizzazione della politica che viene in questi tempi contestato (guarda caso proprio da quel Movimento 5 stelle che più di tutti ha innalzato tali bandiere). Questo fatto corrisponde, fra l’altro, anche a quella pressione istituzionale di tipo normativo che è espressione di ambienti facenti parte della cosiddetta sinistra riformista (docenti universitari, ricercatori più o meno disoccupati, professionisti del mondo “culturale” ecc.) e dei sempre autorevoli esponenti dell’intellighenzia internazionale ai quali un personaggio come Berlusconi è assai inviso. Il conflitto politico attuale potrebbe assumere una nuova prospettiva se fosse letto come una lotta tra pressioni ambientali divergenti, legate a gruppi sociali differenti, il tutto all’interno di una cornice ben definita.

   


  • [1]  Per i suoi apologeti occorrerebbe applicare il giudizio di Marco D’Eramo:  L’unica definizione possibile dell’integralismo è questa: se una filosofia, ideologia, dottrina economica fallisce miseramente, fondamentalista è colui che attribuisce questo fallimento non alla filosofia, alla dottrina, all’ideologia, ma al fatto che essa è stata applicata male o solo parzialmente. (da La disfatta del mercato, il manifesto, 9 ottobre 2008, p. 1)