SETTIS, I PASCOLI ED IL BENE COMUNE

 

barberis 1

 

 

C’era da aspettarselo, ora che il tema dei beni comuni si è dovuto misurare con l’agenda politica dettata da chi sa controllare la cosiddetta “opinione pubblica”, il prevedibile rischio di confondere tale questione con quella classica del bene comune si sta manifestando, sia pure in ambienti ed in situazioni molto ristretti. È abbastanza scontato che qui e là, durante la campagna elettorale, ci sia più d’uno che, con fare serioso, affermi che la sua iniziativa e quella del suo gruppo è volta alla tutela del superiore BENE COMUNE. Ci mancherebbe altro, dopo tutto siamo in un regime repubblicano e notoriamente le istituzioni politiche sono investite da questo preminente scopo. A noi il bene, il male ai malfattori direbbeJacques II de Chabannes signore di La Palice.

Cercando di essere il più sintetico possibile, mi avventuro in una discussione su questo tema, poiché lo devo al mio amico Giovanni Gottardo. Questi, alcuni giorni fa ha postato su FB un documento recensione di  Salvatore Settis che mi ha portato asollevare alcuni dubbi su quelle affermazioni, ma, essendo io una pulce rispetto al molosso che devo aggredire, mi sono preso un po’ di tempo prima di completare la mia critica.

Come dice l’autore (d’ora in poi l’a.) della recensione e quindi dello scritto che mi accingo a criticare, il tema dei beni comuni sta godendo, da qualche anno, di un rinnovato interesse. Il premio Nobel per l’economia conferito ad Elinor Ostrom insieme ad Oliver Williamson a seguito degli studi sulla governance e sui limiti delle imprese (il secondo) ed i beni comuni (la prima) ha dato un respiro internazionale e di alto profilo accademico ad alcune lotte che, come quella contro la privatizzazione dell’acqua, hanno squarciato le nebbie di questo lungo periodo di “pace sociale”. Il libro di Paolo Maddalena “Il territorio bene comune degli italiani” (Donzelli) e la recensione di  Salvatore Settis  sono tra gli ultimi esempi di un’attenzione che il mondo accademico dedica a tale tema, pur dovendosi confrontare con una dinamica politica poco propensa ad accettare riflessioni pacate e ben meditate. Il renzismo (uso questa espressione, anche se nonostante la recente vittoria siamo ai primi vagiti di questa nuova epoca) sembra che abbia come connotato principale: l’approssimazione comunicativa, collegata alla velocità decisionale, da mostrare e spettacolarizzare nei confronti di un pubblico sempre più attonito e confuso. Quest’ultima parola mi consente di riportare la barra del discorso sul tema che intendo affrontare e di mettere subito da parte l’obiezione più immediata che si potrebbe lanciare contro lo scritto dell’autorevole recensore: a mio avviso egli non sovrappone i concetti di “beni comuni” e di “bene comune” per una banale confusione legata ad aspetti lessicali, egli lo fa perché convinto che il secondo sia il compimento e la maturazione del primo.

Visto che mi è richiesta, procedo con chiarezza.

Per ribadire che i due termini fanno riferimento a due questioni assai distanti, potrei limitarmi nel citare autori di diversa estrazione come Guido Viale, Giovanna Ricoveri, Carlo Donolo ed Enrico Grazzini. ma vista l’ipotesi esplicativa che ho in serbo, per dar conto di questo apparente equivoco, ritengo utile richiamare brevissimamente i due concetti sottostanti.

  1. I BENI COMUNI o COMMONS (d’ora in poi bc) “sono riemersi dalla notte dei tempi, dopo due – tre secoli di ostracismo praticato dai governi di tutto il mondo per cancellarli, perché considerati un retaggio del passato che ostacola la “modernizzazione” dell’economia e della società.” (http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/07/Approfondimenti.-Elinor-Ostrom-e-i-beni-comuni.pdf).  Sarà per questa troppo recente riscoperta o per altri motivi, ma sembra ancora distante un’unanime definizione su cosa s’intenda per bc e che cosa essi includano. Forzando un po’ le cose potremmo dire che per gli economisti e per Elinor Ostrom, in testa “i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono ad essere non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l’uso da parte di un soggetto impedisce l’uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite (o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie.”. (Grazzini   http://temi.repubblica.it/micromega-online/beni-comuni-e-diritti-di-proprieta-per-una-critica-della-concezione-giuridica/). Al contrario per alcuni giuristi italiani, come Stefano Rodotà, l’autorevole giurista che tra i primi ha introdotto il tema dei bc,  essi, pur rischiando di veder confinato il tema ai soli beni “open -access” [1]ed a quelli di merito [2], fanno riferimento ad un numero consistente, ma limitato di beni. Questi, potenzialmente anche immateriali, ma concretamente fruibili da soggetti individuali e collettivi comportano per lo stato misure di specifica tutela, poiché essendo “quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità… devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future.”. http://www.teatrovalleoccupato.it/il-valore-dei-beni-comuni-di-stefano-rodota  In ogni caso, a conferma della necessità di chiarezza lo stesso Rodotà si schiera contro tendenze pronte a scorgere bc ovunque. «Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorte di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità d’individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità comune di un bene può sprigionare tutta la sua forza» (Rodotà, il manifesto, 12 aprile 2012).  Oltre a questi due autorevoli approcci ne suggerirei un terzo, che, puntando a situare socio – storicamente la questione, riporta l’identificazione degli stessi ai casi concreti ed evita di trascurare l’aspetto culturale e relazionale dei bc stessi, tanto da farli associare a delle relazioni sociali”. Questi “ in questo caso sono socialmente costruiti e non un dato precostituito. Potremmo dire che l’appellativo di comune non è insito alla natura del bene bensì è determinato dai rapporti sociali che lo generano” http://selfcity.tumblr.com/post/11396772658/pratiche-sociali-e-beni-comuni. La questione dei bc in tal caso “si manifesta in forme differenti nei diversi tipi di comunità e le differenti definizioni offerte riflettono le diverse forme sociali in cui s’inquadra il dibattito” (Douglas M. (1994), Credere e pensare, Il Mulino)
  2. IL BENE COMUNE [3](d’ora in poi BC) è tutt’altra cosa: esso “rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza.” http://www.inchiestaonline.it/economia/guido-viale-i-beni-comuni-non-sono-il-bene-comune/. Rappresentando lo spazio sociale come un organo, i sostenitori del BC sostengono che “il fine della società politica, e quindi di chi la governa, deve essere il bene comunehttp://www.redalyc.org/pdf/927/92720204.pdf, anzi “ne è anche il principio costitutivo.”.  (Vittorio Possenti http://www.fidae.it/AreaLibera/AreeTematiche/Progetto%20Culturale/Vittorio%20Possenti,%20La%20questione%20del%20bene%20comune.pdf).                                                                        “La concezione organicistica del mondo consiste nell’immaginare la società sul modello di un corpo vivente, in cui il bene del tutto viene prima di quello delle parti che lo compongono, che non sarebbero neanche concepibili separatamente da questo (come una mano distaccata dal corpo). http://www.treccani.it/enciclopedia/comunitarismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/ Sorvolando sulle origini classiche di tale filosofia, la sua riproposizione viene accolta come antidoto al trionfante neoliberismo, soprattutto alla versione contrattualista.  Alcune di queste tesi, rovesciando il pensiero di Tonnies che vedeva la Società prevalere sulla Comunità propongono il passaggio inverso da una logica meccanicistica, tipica della Società borghese, ad un punto di vista organico caratteristico delle Comunità. Con quest’approccio “la parte (il cittadino) esiste in vista del tutto (lo Stato) ed il tutto in vista delle parti, tale comunità possiede un «bene comune» che rappresenta, contemporaneamente, l’interesse del singolo membro e della comunità nel suo complesso. In secondo luogo, le relazioni tra i membri della comunità sono viste come organiche e, quindi, inscindibili: nel momento in cui si pretenda, con un atto di forza, di spezzare il legame che unisce i membri della comunità, si destina la comunità stessa alla morte.”. ( Adele Patriarchi, http://www.dialetticaefilosofia.it/public/pdf/17annali%202006.pdf). Ovviamente numerose sono le correnti che si rifanno a questo tipo di orientamento e, nonostante le origini conservatrici, oggi molti esponenti della sinistra rielaborano il tema del BC tanto da suggerire interrogativi sulla sua collocazione politica. A questo riguardo è bene precisare che la visione egualitarista della sinistra, nel momento in cui si coniuga con l’accezione organicista assume i caratteri di un atteggiamento paternalistico[4]. So benissimo che parole d’ordine come “partecipazione, condivisione, solidarietà” fanno parte del lessico adoperato da questi esponenti della sinistra, e che tali espressioni collocano il tutto un’ottica democratica, ma la cornice d’azione avviene dando per scontato che il “bene comune è il fondamento e l’unica giustificazione dell’autorità” Vittorio Possenti http://www.fidae.it/AreaLibera/AreeTematiche/Progetto%20Culturale/Vittorio%20Possenti,%20La%20questione%20del%20bene%20comune.pdf). Pertanto “La non-evidenza del bene comune, il fatto che esso sia sempre soggetto ad un velo d’ignoranza sono i motivi che postulano la necessità dell’autorità politica; il suo compito consiste nell’assicurare l’unità di azione del corpo politico, al cui interno generalmenteesistono molteplici opinioni sugli scopi e le azioni da intraprendere. ” (idem)

Chiariti i termini e conseguentemente la distanza tra delle due accezioni dell’espressione “bene comune”, si può ora passare all’analisi del testo di Salvatore Settis. In esso sia con uno sguardo puntuale e sia con una banale analisi complessiva si può riscontrare la sovrapposizione delle due accezioni. Quando l’a. dice “attraverso l’universo dei beni comuni, la nuova dimensione di una cittadinanza consapevole dei propri diritti sovrani: primo passo per intendere come, perché e da chi essi sono calpestati, e per organizzare una riscossa” (Settis, http://temi.repubblica.it/micromega-online/una-repubblica-fondata-sul-bene-comune/) o quando scrive “L’argomentazione sul territorio come bene comune degli italiani, che Maddalena ci offre in questo libro, è un contributo, appassionato e rigoroso, a quella discussione sui beni comuni che va oggi dilagando, ma non sempre con piena consapevolezza delle categorie giuridiche adoperate né del loro spessore storico né, infine, del loro concreto potenziale politico e civile” ( Idem) si riferisce, sia pure con tesi discutibili, alla questione dei commons (bc). Quando invece sostiene “Ma il bene comune è oggi sempre più spesso accantonato come un ferrovecchio, e in nome delle logiche di mercato cresce ogni giorno l’erosione dei diritti, si consolida la struttura autoritaria dei governi, la loro funzione ancillare rispetto ai centri del potere finanziario e bancario, «stanze dei bottoni» totalmente al di fuori di ogni meccanismo democratico di selezione, al riparo da ogni controllo, al di sopra d’ogni regola, di ogni legalità, di ogni sanzione ( Idem)  (o quando ricorda che “il potere di agire contro le istituzioni in nome del bene comune, contro le mutevoli leggi in nome di uno stabile Diritto intessuto di profondi legami sociali e di alti principi etici”, ( Idem) si riferisce a quel BC fondante della “Costituzione della Repubblica. In essa troviamo il coerente manifesto di uno Stato fondato sul bene comune e non sul profitto dei pochi”. ( Idem)

Che Salvatore Settis abbia sposato la causa del BC lo si può veder chiaro leggendo il suo fortunato “S. Settis Azione popolare” (ed. Einaudi, 2012). Per lui “Il bene comune come finalità imprescindibile delle comunità umane è la spina dorsale di una cultura della cittadinanza di cui dobbiamo in ogni modo recuperare la traccia e il bandolo.”. (Idem, pag 57) e visto che, sempre secondo lui lo Stato “È, prima di tutta, una comunitàLo Stato siamo noi: perciò dobbiamo saper imporre a chi ci governa il pieno rispetto della legalità, e dunque anche fermare il saccheggio dei beni comuni e dei beni pubblici, anzi indirizzarne l’uso, secondo Costituzione, sulla loro utilità sociale.”.  (Idem, pag. 113).

Ora se si guarda alle domande interessanti che l’A. si fa quando dice: “Se, al contrario, sapremo affermare la piena continuità fra beni pubblici e beni comuni, allora potremo porre sul tappeto altre e più interessanti domande. Questi beni, in quanto appartenenti alla comunità di cittadini, cioè al popolo, possono rivestire più complesse funzioni, di natura economica ma anche etica e civile, in relazione al pubblico interesse, alla comunità nazionale, alle istituzioni della Repubblica? Possono contribuire a strutturare una cittadinanza consapevole della superiorità del bene comune sugli interessi di ognuno, convinta dei legami e degli obblighi di solidarietà fra cittadini? (Idem, pag 118) si può fare una altrettanto interessante ipotesi sul perché lo stesso abbia sovrapposto le due accezioni del bene comune. Per lui i bc sono solo dei beni che appartengono, unitamente ai beni pubblici, alla comunità dei cittadini, la quale s’identifica con lo stato. Questa entità designata dalle nozioni di: Popolo, Nazione e Patria, e che si esprime attraverso lo stato nazionale, oggi vittima di un logoramento dovuto al convergere della caduta di professionalità del personale politico ed alla cessione di sovranità verso istituzioni locali e sovranazionali e soprattutto verso il mercato globale, trova nel “complesso dei beni pubblici, dei beni comuni e dei beni culturali, paesaggistici e ambientali come beni essenziali all’esercizio dei diritti pubblici (Ivi, pag 138) la garanzia funzionale all’ottenimento del bene comune. In questo modo cade ogni riferimento alle tesi sull’efficacia della capacità autorganizzativa di gruppi sociali rispetto ai commons, proposto dalla Ostrom e viene rafforzata la concezione organicista della realtà sociale, con la conseguente derubricazione dei conflitti ad anomalie connesse a cattive scelte politiche, delle élites dirigenti. I conflitti, in particolare secondo l’ottica del nostro, sono frutto, proprio come per i corpi, di azioni provenienti dall’esterno: dall’economia capitalistica “L’onnipotenza del mercato sottomette lo Stato e ne fa il proprio strumento di dominio, infrangendo l’identità fra Stato e comunità dei cittadini, che sarebbe propria della democrazia.”. (Idem, pag. 120-121)  o dall’impreparazione dei politici nostrani  “A nessun politico, senza eccezioni, interessa il patrimonio artistico” (S. Settis, http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2012/10/114543.html). Per lui la possibilità che questa presunta comunità,  rappresentata dallo stato repubblicano sia, in realtà, un campo dominato da gruppi sociali che hanno costituito e costituiscono il medesimo ed attraverso il monopolio della violenza fisica e di quella simbolica, non è per nulla da prendere in considerazione. Anzi, senza alcuna preoccupazione, egli innalza la bandiera nazionale: “Ma l’orizzonte specificamente nazionale, italiano, è assolutamente essenziale, se professiamo un’etica della legalità. Se crediamo che la Repubblica, e proprio per aver voce nel concerto delle nazioni, debba cominciare col rispettare la propria memoria storica, la propria identità, la propria Carta fondamentale, i propri cittadini. Se, insomma, siamo convinti che l’Italia esista ancora.” (S. Settis, “Azione popolare”, pag 123).  In questo modo egli dimentica ad esempio che in nome della difesa dei supremi interessi nazionali (ed in barba ai beni comuni o collettivi ) abbiamo il Mar Adriatico ed il Tirreno pieni di bombe pericolose (http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/02/adriatico-e-tirreno-due-cimiteri-di.html) e soprattutto trascura il fatto che dietro queste bandiere si stanno nascondendo pericolosi atteggiamenti xenofobi e razzisti e costituendo una cultura più orientata alla dipendenza che alla responsabile cura dei beni comuni. Rilanciare tematiche nazionaliste, identitarie e, per certi versi, populiste è, a mio avviso, un tentativo disperato di rianimare una rappresentazione di uno stato  capace di governare la complessità sociale, rappresentazione che, pur spingendosi oltre la vecchia idea unitaria ripropone la più che matura dottrina di una comunità che si fa soggetto e che agisce su se stessa al fine di dar vita ad una società giusta  “la forza dello Stato comunità, che è una forza che si esprime, sì attraverso Autorità liberamente elette, ma che ha il suo fondamento essenzialmente nel consenso popolare, nel consenso della generalità dei cittadini.” (http://www.amcorteconti.it/maddalena_etica.htm)

 

 

 

 

 

[1] Quelli che:  come il mare aperto, i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria, i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate (catalogo dei beni comuni redatto dalla commissione Rodotà del 2008.

[2] Beni la cui produzione genera sistematicamente esternalità  positive, o ritenute tali dalla collettività e …. il bilanciamento tra sfruttamento di una risorsa naturale a vantaggio dei residenti attuali e conservazione della stessa per le future generazioni http://eprints.biblio.unitn.it/1280/1/WP22_Carlo_Borzaga.pdf),

[3] Per diverse ragioni, principalmente per motivi di chiarezza e di concisione, qui non metto in discussione il concetto di bene comune. Do per scontato che uno strumento come questo, oltre ad essere inutile in un qualsiasi ragionamento, vista la sua arbitrarietà, è assai pericoloso e mi rammenta oggetti come il manganello e l’olio di ricino  indispensabili per la sua difesa.

[4]  Paternalismo. Propensione del settore pubblico ad influenzare i comportamenti dei singoli individui promuovendo scelte migliori di quelle che essi sarebbero in grado di operare autonomamente…La pubblica amministrazione può tuttavia riconoscere l’esistenza di valori da tutelare (come il rispetto per l’ambiente), ovvero affermare la necessità di promuovere comportamenti virtuosi (per es. quelli che preservano l’integrità e la salute) o l’esigenza di proibire comportamenti dannosi (per es. l’utilizzo di sostanze stupefacenti). In tali casi lo Stato, le Regioni o i Comuni possono interferire nelle scelte dei singoli membri della società, limitando di conseguenza la loro sovranità… Il p., come vera e propria scienza volta a orientare le scelte dei cittadini, individuando modalità per sostenere e sollecitare le condotte migliori, è stato oggetto di una pubblicazione di R.H. Thaler e C.R. Sustein (Nudge: improving decisions about health, wealth and happiness, 2009). In essa, gli autori (collaboratori rispettivamente del primo ministro britannico D. Cameron e del presidente degli Stati Uniti B. Obama) hanno sottolineato come la promozione dei comportamenti virtuosi si basi principalmente sulla diffusione della consapevolezza dei singoli nell’effettuare le scelte migliori, generando così nuovi canali di comunicazione fra Stato e cittadini. Questo nuovo orientamento per la promozione delle best practice (➔ migliore pratica, tecnica della) e i nuovi metodi di policy-making degli Stati impongono tuttavia una riflessione sui potenziali risvolti negativi derivanti da un ampio condizionamento delle scelte individuali che travalichi il perseguimento del bene comune. http://www.treccani.it/enciclopedia/paternalismo_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/

 

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A PROPOSITO DI SVOLTE AUTORITARIE

no terzo valicoMa qual è questa svolta autoritaria, quella che avviene nelle stanze riservate alle mitiche ISTITUZIONI (sostanzializzazione e quindi reificazione delle relazioni) DEMOCRATICHE o quella che vede le BOTTE DI STATO ieri in Valle Scrivia http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/04/05/terzovalico-scontri-al-cantiere-ferito-alla-testa-pensionato-notav-belve/273270/                          nel 2010 a Civitavecchia http://video.sky.it/news/cronaca/protesta_pastori_sardi_scontri_con_la_polizia_a_civitavecchia/v77652.vid      o nel 2001 a Genova http://www.youtube.com/watch?v=SRQ8KsxDLWM?

E’ quella che intende modificare la Costituzione o quella, che difendendo il CAPITALE CULTURALE, riafferma una scuola di classe con test selettivi che vedono, domani a medicina 70.000 giovani partecipare alla caccia dei 7.918 posti in un costoso percorso, costituente, tra l’altro, di quel ceto medio pronto a difendere i miti della razionalità moderna? E’ quella che si manifesta con una legge elettorale che conferma l’autopoiesi della rappresentanza o quella che, misconoscendo i rapporti di forza sottostanti, riproduce il dominio e la violenza simbolica attraverso l’imposizione di una specifica visione del mondo?

E’ quella che con la cosiddetta eliminazione delle province, prosegue un percorso di managerializzazione della pubblica amministrazione in un’ottica post fordista o quella che riconferma l’occupazione dello spazio pubblico da parte di gruppi sociali privilegiati (giuristi, politici, giornalisti, avvocati burocrati e docenti universitari) perché costituiti e costituenti del  CAPITALE POLITICO?

E’ infine quella che si inventa termini nuovi per la lotta alla disoccupazione, spacciando numeri per drammi del vissuto operaio (e non solo) o quella che prosegue nel processo di riduzione dei margini di libertà dei lavoratori, con il conseguente aumento della ricattabilità degli stessi in favore di chi controlla il CAPITALE ECONOMICO?

CHI VA AL MULINO S’INFARINA.

mulino

Considerazioni sul post su Facebook il 27 febbraio 2014 di Marco Bensa:
L’espulsione dal M5S della “banda dei quattro”, le ragioni (?) e le modalità con cui è avvenuta, …Mi ricorda certe pratiche sbrigative e sostanzialmente vuote di contenuti a cui ricorrevamo noi militanti di certi gruppetti extrasinistri nei formidabili anni ‘70 per mantenere ad ogni costo l’egemonia dell’imbecillità contro la risorgenza del revisionismo o altri tentennamenti piccolo-borghesi. Allora si scimmiottavano, di fatto, certe cattive abitudini sovietiche che passando per la Terza Internazionale arrivavano dritte fino a noi. Ma , citando Guccini, se “a vent’anni si è stupidi davvero” a trenta, quaranta e oltre non ce lo possiamo più permettere …

Ridurre tutto ad una presunta stupidità dei protagonisti è, purtroppo un’azione, che, tentando di semplificare l’analisi, è paradossalmente in linea con la dominante pratica di attribuire ai “politici” una totale libertà d’azione e figlia di quella tesi che rivendica l’autonomia della politica. Il problema del Movimento 5 Stelle è, a mio avviso, di coerenza tra strategia e struttura. La loro intenzione di criticare il sistema dei partiti contrasta con la scelta di entrare in un campo organizzativo le cui pratiche, pur aggiornandosi continuamente, sono costituite apposta per negare la possibilità della democrazia diretta, rivendicata proprio dai pentastellati e contemporaneamente costituenti di quella  cultura che di democratico ha conservato solo il logo. Che cosa c’entrano i deputati e senatori della Repubblica Italiana, grillini, PDellini o PDmenoellini che siano, con la democrazia diretta? Visto che il mandato è irrevocabilmente nelle mani dei parlamentari stessi o, alla scadenza elettorale, nelle mani dei partiti, che controllo (ed anche che responsabilità) abbiamo noi mandanti dei nostri mandatari? Siamo sicuri che la scelta per le decisioni a maggioranza non sia la madre di quest’ultima vicenda. Il Movimento 5 Stelle non è il primo e, ahimè neanche l’ultimo movimento politico che, partendo con ambizioni rivoluzionarie, democratiche, vivamente colorate e rivendicando autenticità, rappresentatività della cittadinanza, dopo essere entrato nel campo politico, viene inghiottito in processi di istituzionalizzazione e di distorsione dei fini. Chi va al mulino s’infarina.

UN SALUTO A FREAK ANTONI

FREE-LANCE E SPIGOLATRICI DI OLIVE

Le spigolatrici - Jean- Francoise Millet

Le spigolatrici – Jean- Francoise Millet

 La spigolatrice di Sapri

di Luigi Mercantini,

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all’isola di Ponza s’è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
tutti aveano una lagrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
«Siam venuti a morir pel nostro lido».

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udirono a suonar trombe e tamburi;
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaro loro addosso più di mille.

Eran trecento, e non voller fuggire;
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano:
fin che pugnar vid’io per lor pregai;
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Carissimo Mauro,

ti ringrazio per la segnalazione; il video http://www.youtube.com/watch?v=vt84TasNLkYè veramente accattivante, sia nel suo significato derivato e sia in quello primitivo.

Pur provando, come te, fastidio per “l’andazzo…. di non voler pagare chi … svolge un lavoro….” non condivido, come avrai notato, la “situazione” che tu hai aggiunto relativamente alla periodizzazione storica in questi anni ed  agli attributi “giovane” e “intellettuale(creativo o simili)” .

Questo mio disaccordo, parziale, non è ovviamente volto a negare evidenze, ma vuole semplicemente sottolineare che:

  1. Tale andazzo, essendo connesso a relazioni capitalistiche, o per dirla marxianamente a rapporti capitalistici di produzione, riguarda un’ampia area spazio-temporale dei rapporti di lavoro. I nostri antenati, quando vendevano le olive non ricevevano una ricompensa commisurata al “valore” del lavoro in esse contenuto, ma, nelle migliori occasioni, ricavavano di che sopravvivere, per consentire ai mercanti d’olio di garantirsi profitti ogni anno. Questo non vuol dire che le situazioni siano totalmente identiche, so anch’io che oggi ci sono in giro pratiche “disoneste” volte a svalutare il contributo lavorativo, ma se ribadiamo che non  siamo di fronte a fenomeni di “italica arretratezza”, ma più semplicemente ad un sistema capitalistico sempre molto rapace, qualche passo in più, almeno nella comprensione, lo possiamo fare. Marx non aveva previsto tutto questo, ma metterlo in soffitta senza salvare quanto di buono aveva scritto, ci porta a rimanere a bocca aperta e amara.
  2. Come si vede dalla cronaca sociale di questi giorni, a fronte di una vastissima area di giovani disoccupati, sottoccupati ed inattivi, la schiera di persone più anziane che si trova nelle medesime condizioni si sta sempre più ingrossando. Tali fenomeni avvengono, soprattutto in un contesto di globalizzazione che vede legioni di “lavoratori internazionali” spostarsi di terra in terra per offrire le proprie braccia. Queste constatazioni non vogliono negare evidenze empiriche e tanto meno addivenire ad una guerra tra poveri, ma vogliono semplicemente porre l’accento sul fatto che gli steccati generazionali sono più consoni a logiche di “politica sociale” dei governi che a pratiche di lotta di classe. Come hai potuto osservare non c’è programma di partito (a modo loro, lo presentano soprattutto quelli di destra) che non si ponga l’obbiettivo di “attuare programmi d’avvio al lavoro delle giovani generazioni” e non c’è dibattito che non veda accanite discussioni sulla migliore ricetta da applicare. Andando a ritroso nel tempo, queste espressioni, a cicli periodici sono state rilanciate in tutte le campagne elettorali e non hanno fatto altro che contribuire a “celebrare” le più recenti sconfitte del movimento dei lavoratori.
  3. E’ molto difficile sostenere, oggi (qui il situare gli attori è necessario ed è da sottolineare) che il lavoratore intellettuale non riesca ad avere la giusta mercede, basta intendersi sui concetti e su come avviene questa situazione. “L’intellettuale creativo e/o no” che ha costituito il programma con cui ti scrivo e “gli intellettuali creativi e/o no” che ci forniscono strumenti con cui possiamo dialogare a distanza, affiancano gli altri “intellettuali creativi e/o no” che ci sottopongono le loro creazioni, sembra che se la passino egregiamente. Essi non solo sono profumatamente remunerati, ma costituiscono quella famosa e “fumosa” (nel senso che in buona parte se ne stanno tranquillamente nascosti a guardare i nostri osanna) classe dominante che regola gran parte delle sfere della nostra vita. Il termine free-lance (lancia libera, mercenario) è stato impiegato per definire alcune occupazioni che vedevano l’emergere di figure professionali del giornalismo, della moda, della pubblicità o dello spettacolo, senza vincoli di esclusività, ma anche con l’assenza dei diritti sindacali goduti dal resto degli addetti del settore (io sono stato un freelance per molto tempo). Con la crescente precarizzazione delle occupazioni, il numero dei free-lance è cresciuto a dismisura ed ha riguardato nuovi settori; si potrebbe dire che oggi siamo tutti un po’ free-lance se non fosse che non è vero. Sopra alla moltitudine dei free-lance nel giornalismo ci sono un bel numero di specialisti della comunicazione che sanno come farsi remunerare le loro creazioni: nel 2005 Ezio Mauro, Direttore de “La Repubblica” ha percepito un reddito lordo di 463.695 euro, Marco Travaglio 282.280 euro,  Vittorio Feltri 589.726 euro. http://temis.blog.tiscali.it/2008/05/01/ecco_quanto_guadagnano_i_vip_italiani__dalla_a_alla_z__1887983-shtml/) Ammirati ed invidiati da molti free-lance dello spettacolo vi sono indiscussi “professionisti” dello spettacolo che, raccomandando agli altri di fare la gavetta, percepiscono sontuose prebende: il sinistrorso Fabio Fazio per il periodo 2014/2017 percepirà 5,4 milioni di euro lordi, mentre la comica e moralista Luciana Littizzetto nel 2005 ha percepito 1.824.084 euro lordi e Antonella Clerici 1.205.604 euro lordi http://www.asiablog.it/2008/05/07/dichiarazione-dei-redditi-degli-italiani-online-giusto-o-sbagliato/ .

Ora come puoi ben immaginare la cosa non è semplicemente un “andazzo … legato ad un atteggiamento diffuso… pregiudizievole nei confronti dei lavoratori intellettuali (come se quelli che fanno lavori manuali conoscessero solo la fatica di contar soldi). Purtroppo la cosa è collegata all’incapacità degli attori coinvolti in queste pratiche di contestare fattivamente tale sistema di rapporti sociali (io ne so qualcosa) e la denuncia degli autori del video testimonia la debolezza rivendicativa degli stessi. A mio avviso, perciò quei giovani fanno bene a ribellarsi, con l’arma dell’ironia, se il loro intendimento è volto a smascherare i rapporti di dominio sottostanti e se il percorso intrapreso vede in prospettiva la costituzione di un forte movimento di contestazione. So benissimo, per esperienza personale, che tutto ciò è assai difficile tanto più che una buona parte di costoro vive il proprio isolamento più come il portato di una debolezza individuale e personale che come il frutto di una logica individualizzante che nasconde rapporti di potere. So benissimo, per esperienza personale, che parlare di sindacalizzazione in questi contesti si scontra con l’inadeguatezza di ricette tradizionali e con l’ambiguità di forme fortemente corporative che imperversano in quegli ambienti. So benissimo, per una probabile mia esperienza personale, che anche mia figlia si dovrà misurare con tali problematiche senza poter contare sulle mie vittorie rivoluzionarie. Ma so anche che quanto più lei ed i suoi compagni punteranno ad evidenziare specificità e meriti legati alla proprietà del sapere, tanto più facili e sicure saranno le loro sconfitte. Al contrario, quanto più in fretta realizzeranno che anche nella costituzione delle loro competenze è possibile un’azione di decostruzione di logiche di dominio (le lotte contro i baroni universitari sono miseramente naufragate sull’altare della meritocrazia) e che tali conflitti dovranno mettere in discussione la legittimità dell’arbitrio culturale che contribuisce alla riproduzione della struttura della distribuzione del capitale culturale tra le classi e, suo tramite, alla riproduzione dei rapporti di classe esistenti, tanto più facile sarà la realizzazione di una società meno iniqua e meno ingiusta nella remunerazione dei lavori.

INGORGHI E PRESEPI

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8 gennaio 2014

Di ingorghi, per uno che si fa chiamar “gorghi” ce ne sono di diversi tipi: c’è quello stradale, quello venoso, quello istituzionale, quello linfatico e quello intellettuale, ma oggi quello che più  ha interessato gli ambienti politici e della cosiddetta: “opinione pubblica”  è quello umanitario  intorno al capezzale di Pierluigi Bersani. http://www.huffingtonpost.it/cerca?q=ingorgo+umanitario&s_it=aolit-huffpo-htV1

Nelle ore immediatamente successive al ricovero in ospedale dell’ex segretario del PD  i  commentatori politici si sono prodigati, in buona parte ad ingorgare le agenzie d’informazione per tentare di rimarcare una cornice di fair play all’interno dell’ambiente politico – istituzionale. L’azione, che, probabilmente come gran parte delle altre, era tesa a rimanere esclusiva del castello, avrebbe dovuto sondare la disponibilità di gran parte degli attori del sistema, ma posti su diversi fronti (berlusconiani e grillini, per intendersi) ad un minimo di dialogo deontologicamente garbato. La cosa sembrava riuscire, il noto “vafanculista” Grillo, avendo tempestivamente aderito all’iniziativa, aveva scatenato  la pioggia di messaggi di augurio per l’illustre paziente. Sfortunatamente il meccanismo ha trovato un intoppo esterno che ha rischiato di oscurare l’auspicato ingorgo. Alcuni villanzoni, probabilmente parenti di Tommasino Cupiello, quello che non amava il presepe del padre (V. in una delle più divertenti scene http://www.youtube.com/watch?v=Af-u48lEc8w ) hanno cominciato a sfogarsi ed ingorgare il web di insulti

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ed auspici avversi al neo paziente, proprio come il loro illustre predecessore nella succitata scena. Immediata la reazione dei maîtres à penser di casa nostra si è scatenata in un ingorgo di riprovazioni per i discoli iettatori, e proprio come lo zio del bamboccione eduardiano hanno tentato qualche rimedio. Sulla sua quotidiana “amaca” de La Repubblica il noto paladino del ceto medio di sinistra Michele Serra, con un breve articoletto http://www.vip.it/michele-serra-lamaca-del-7-gennaio-2014/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=michele-serra-lamaca-del-7-gennaio-2014 redarguiva i beceri scrivani tacciandoli di incontinenza meteorica ed immancabilmente di allergia alle buone pratiche culturali, ricordandoci che uno come Bourdieu avrebbe fatto una vita grama con questi difensori della concezione carismatica ed elitaria della cultura – fattore di distinzione.

In mattinata l’intera trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” di Radio3 della RAI http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-14d05015-ede3-453b-aa64-f2862404612a.html  è stata dedicata alla scostumatezza del “popolo lasciato libero di pensare e, soprattutto di agire” di fronte ai microfoni e soprattutto attraverso il web.  A prescindere dalle generiche  e scontate conclusioni di una argomentazione che si è scagliata contro: la maleducazione, l’ignoranza e la villania, il dipanarsi dei dialoghi non ha potuto altro che mostrare l’affanno dei protagonisti nei confronti delle pratiche culturali contemporanee. Speriamo che lo sforzo abbia accontentato le intenzioni autoassolutorie ed autoincensatorie di attori sempre più isolati nel sostenere che “è bello o presepe”. Non vorremmo doverlo apprezzare per forza.

MESSAGGIO PER GIOVANNI

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I fondatori dell’Internazionale situazionista a Cosio di Arroscia, nell’aprile del 1957. Da sinistra a destra: Pinot Gallizio, Piero Simondo, Elena Verrone, Michèle Bernstein, Guy Debord, Asger Jorn e Walter Olmo

Carissimo Giovanni scusami se la risposta non è stata tempestiva, ma sono stato impegnato su diversi fronti, perciò, volendo essere con te il più esauriente possibile ti mando questo messaggio con un po’ di ritardo.

Guardando ai fatti di questi giorni, soprattutto quelli avvenuti il 18 dicembre, possiamo costatare che gli “organizzatissimi”  agitatori di popolo si sono dovuti misurare con forze preponderanti e, per il sollievo di molti, stanno retrocedendo leccandosi le molte ferite. Probabilmente più avanti ritorneranno alla carica, ma per ora il pericolo è scongiurato. Nonostante questi risultati la mia opinione non cambia. Per me quando un gruppo umano evidenzia e mette in discussione immediatamente i  rapporti di dominio in cui è coinvolto, merita rispetto, anche se il suo lessico e le sue considerazioni non sono passati al vaglio del polically correct. Ciò è, per me, vero tanto più se questo avviene in questa fase in cui l’accelerazione inferta dalla cosiddetta crisi sta mostrando la fine di prospettive passate (l’opzione socialdemocratica sta vacillando in Svezia, figurati qua, dove Report ha un successo proprio per le sue risibili applicazioni). Non mi voglio soffermare troppo su una protesta mezza mancata, ma ti suggerisco di considerare  che una buna parte di quei signori sta vivendo esperienze non molto diverse da quello che stanno accadendo e sono accadute a gran parte di quella che un tempo era chiamata: la classe operaia. Gli autotrasportatori, ad esempio, dopo essere stati fatti “mettere in proprio” forzatamente devono gestire cali drastici del lavoro mentre le normative appesantiscono sempre di più le condizioni di lavoro. I venditori ambulanti, visti assai incazzati nelle manifestazioni di Torino, si sono dovuti misurare con leggi europee che, liberalizzando il mercato hanno messo in discussione il loro “posto” di lavoro. Di fronte ad un così diffuso processo di  trasformazione, la cui ampiezza è testimoniata anche dal cospicuo numero di suicidi, il vedere rigurgiti neofascisti, solo perché alcuni loschi figuri si sono messi in evidenza per cavalcare la forza dirompente del movimento, è a mio avviso un errore assai grave ed è collegato alla limitatezza teorica della sinistra. Questa, avendo da tempo abbandonato il marxismo si è rifugiata in una serie di concezioni più o meno socialdemocratiche, tutte caratterizzate da iperstatalismo e legalitarismo sul piano dottrinario e da un funzionalismo permeato da uno spiccato volontarismo su quello dell’analisi. Non dovendo chiarire i primi due –ismi, mi limito a farlo per i due secondi, così evito di essere accusato di parlare astruso. Per fare ciò analizzerò, brevemente uno dei tuoi ultimi post su F.B. e la questione dello scrivere su tale social network.

1) Il 18 dicembre hai postato su facebook, per corroborare la tua tesi, l’articolo: “Per dei forconi con progettohttp://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4431  di  Francesco Gesualdi. Questi, dopo aver criticato, a modo suo, lo scarso senso civico dei “forconi” si esercita in una ridicola contrapposizione proponendo “ due strade di fronte a noi:  quella della difesa degli interessi corporativi e quella della difesa dei valori” (Gesualdi, cit.). Quello scritto, evidenzia

  • Insensibilità ( usa l’abilità retorica per mostrare la propria superiorità etica e per escludere dal novero dei meritevoli chi  era “vilmente” in combutta col nemico).
  • Scarsa lucidità d’analisi, i due termini non solo non sono alternativi, ma hanno un punto in comune: il ruolo forte dello stato. Il corporativismo è una prassi rivendicativo riscontrabile, peraltro, anche nell’ambito del lavoro dipendente, che si afferma quando un movimento non è in grado di contestare il sistema di dominio, e ricerca, attraverso mediazioni di qualunque tipo, protezione da parte dello stato dei propri privilegi. La difesa di valori esprime invece un atteggiamento conservatore teso alla ricerca di un equilibrio del sistema (oggi minacciato dai turpi capitalisti mercantili -finanziari), che dopo aver definito un orientamento comune, persegua obiettivi di sicurezza attraverso l’interiorizzazione delle corrispondenti norme da parte dei cittadini. Con tale approccio, molto etico ed accattivante, non tenendo conto né dei rapporti sociali esistenti, che vengono reificati in ruoli sociali formalmente definiti (i dipendenti, gli autonomi, i padroni), né degli attori coinvolti, che vengono resi subalterni ad un disegno moralmente predefinito e tanto meno dell’azione repressiva svolta dagli attuali sistemi nei quali siamo inseriti, Gesualdi auspica una mobilitazione, attraverso una resipiscenza dei cittadini persi sulla cattiva strada (aspettali merlo) che sfoci in equilibri politici più avanzati.
  • Ed incrollabile fedeltà per la classica ricetta, piuttosto datata, che vede la predisposizione di una piattaforma rivendicativa (la “tripla area di sicurezza” (Gesualdi, cit.). ), utile per essere sottoposta alla “discussione politica” e soprattutto per essere utilizzata come base per la costituzione dell’ennesimo partito di sinistra, e chiarisce che un movimento d’opposizione faticherà assai a farsi strada in questi ambienti.

2) Prima di salutarti mi preme assai essere “meno difficile” rispetto alla questione dello  scrivere  su FB. Il partecipare a questo ed ad altri social network è, secondo me, un modo contemporaneo con cui si sviluppa la cosiddetta “opinione pubblica”, ma è anche un modo con cui si rivoluzionano i rapporti tra sfera pubblica e quella privata. Categorie forti come; mercati, opinione pubblica, bene comune, stato, nazione, occidente, ecc.  fanno parte di quel bagaglio di strumenti ideal- valoriali con cui le classi dominanti ci tengono sotto scacco. Esse facendo riferimento ad identità collettive, mettono gli individui in condizione di non nuocere e li rendono inoffensivi. “Ce lo impongono i mercati”, “ dobbiamo sacrificarci per il bene comune”, “dobbiamo diffonder i valori occidentali” e “l’opinione pubblica è a favore della lotta alla clandestinità”, “le rivendicazioni sono plausibili, ma vi dovete sacrificare per il bene comune”, ecc. sono tutte espressioni che ci vengono randellate tramite i, non tutti tradizionali. mezzi di comunicazione di massa e sono presentate come democratiche espressioni della “sfera pubblica”. Questa, prima, si costituiva nelle osterie nei caffè ( secondo Habermas è nata lì), nelle piazze (il nostro amato “pino”) nelle sedi dei partiti e dei sindacati, nonché e  principalmente nelle redazioni dei giornali, nei circoli intellettuali e nei salotti della buona borghesia ecc. Naturalmente il  peso dei diversi attori sociali è sempre stato (da quando questa è nata, più o meno con la borghesia moderna) diverso e connesso al capitale economico, sociale, culturale e simbolico. Oggi questi nuovi spazi di comunicazione hanno modificato sensibilmente la questione.  Non voglio qui riportare tutta l’ampia letteratura sull’argomento, ma va da se che la novità è più seria di quanto si creda normalmente. I processi mediante i quali si afferma e si costituisce quotidianamente la relazione tra una classe dominante e quella dominata passano proprio attraverso tali organizzazioni del consenso. Basti pensare che il Papa sta cercando di sfidare cantanti ed attori nella competizione sul numero dei follower. In questo quadro quello che mi preme rilevare  è, ovviamente che l’azione che si svolge, quando si riproduce e si rilancia un’opinione tramite FB, non fa altro che rendere più profonda la penetrazione del messaggio originario. Questo processo appare ancora più rilevante se si tiene conto del fatto che è ridislocato il rapporto tra sfera privata e quella pubblica (quando postiamo immagini, eventi, sentimenti oltre che le opinioni, la sfera privata si assottiglia a favore di quella pubblica), perciò, mentre cresce e si diffonde sempre più la convinzione della libertà dei cittadini -consumatori, libertà che prevede la scelta tra i vari social network sulla rete e tra le diverse argomentazioni, di fatto il nuovo cittadino virtuale partecipa in modo dipendente a reali pratiche di produzione culturale amministrate dai nuovi e vecchi potenti, in particolar modo da quelli che gestiscono il processo di produzione di simboli. Di fronte a questo quadro desolante parecchi pensano che non sia possibile alcuna opposizione, io, al contrario voglio credere che sia possibile contrastarla, perciò attraverso questo banalissimo scritto provo a vedere se sia praticabile un’azione che spinga alla riflessione e quindi alla decostruzione del suo contenuto di potere. In questo senso ti invito a prendere in considerazione una rilettura del programma situazionista ed in particolare il Detournement.

Gianni Laura

P.S. Non mi rimproverare se sono stato: prolisso, lacunoso, frammentario e pedante. Ho dovuto lottare con la voglia di dirti di più, ma anche con quella d’essere tempestivo; oltre a ciò ho dovuto lottare con le miserie della vita quotidiana e con il maltempo di questi ultimi giorni. In ogni caso, spero di essermi fatto capire per almeno l’80% delle mie intenzioni.